La professoressa che mi ha trasformato nel suo schiavo
Da settimane ammiravo i suoi piedi dall’ultima fila. Il giorno in cui si tolse i sandali e mi fissò, capii che non c’era più ritorno.
Da settimane ammiravo i suoi piedi dall’ultima fila. Il giorno in cui si tolse i sandali e mi fissò, capii che non c’era più ritorno.
Arrivò dall’allenamento con l’uniforme ancora addosso, mi guardò dall’alto e capii che quel pomeriggio qualcosa tra noi sarebbe cambiato per sempre.
Fingevo da anni di non guardarle i piedi. Quella notte, scalza sul letto, mi ordinò di inginocchiarmi e seppi che non sarei più tornato indietro.
Nei weekend non vado al cinema per il film. Vado a sedermi in fondo, ad aspettare che piedi sconosciuti si appoggino su di me e decidano quanto posso resistere.
Sono entrato nel master senza conoscere nessuno. È bastato che lei accavallasse le gambe e si sfilasse un sandalo perché smettessi di pensare al resto.
Non appena la festa si rilassa e nessuno guarda, sgattaiolo in bagno. So esattamente cosa troverò nel cesto e so perfettamente cosa ne farò.
Erano due settimane che nessuno mi usava come ne avevo bisogno, così mi sono messa il vestito più facile da togliere e sono andata nell'unico posto dove sapevo che non mi avrebbero mai detto di no.
Quella sera oltrepassò la tenda del retrobottega sapendo che avrebbe obbedito a ogni ordine, per quanto degradante, senza che nessuno la costringesse.
Scese le scale di quello studio sapendo che non ne sarebbe uscita la stessa donna: tre paia di mani l’aspettavano per ricordarle chi era davvero.
Credevo che avrei passato un pomeriggio tranquillo nello chalet di Renata. Non immaginavo che avrei finito col trattenere il respiro mentre lei dava ordini a Ximena.
Mi ordinò di spogliarmi e lasciai che le sue mani stringessero ogni cavo contro la mia pelle. Quando cominciai a bagnarmi, capii che non si poteva più tornare indietro.
Gli ordinai di restare in ginocchio e non muoversi. Ciò che venne dopo gli insegnò che, con me, obbedire non è un’opzione: è l’unica regola che esiste.
Ho resistito per tutto il pomeriggio pensando all’istante esatto in cui avrei varcato quella porta e lui avrebbe capito, di nuovo, per cosa era lì.
Sentii i suoi piedi scalzi sulla mia spalla nel buio della sala. Poi una voce mi chiese se mi piaceva come odoravano i suoi calzini, e seppi solo rispondere di sì.
Molte persone mi chiedono da dove venga il mio fetish per i guanti di gomma. Quasi nessuno conosce la risposta. È cominciato un venerdì, nella stanza di mia zia, con la porta chiusa a chiave.
Trovai le sue mutandine piegate sull’ultimo gradino, ancora tiepide, e capii che non era una dimenticanza: era un ordine che dovevo obbedire in ginocchio.
Lessi il nome sull’etichetta del cadavere e il cuore mi balzò in gola: era lei, la stessa che mi aveva umiliato per sei anni. E ora era immobile, alla mia mercé.
Sparò il riscaldamento al massimo perché nessuno smettesse di sudare. Voleva che arrivassero stanchi, sporchi e affamati di farle tutto ciò che nessuno osava chiederle.
Ero salito per offrirle aiuto da bravo vicino. Ne sono sceso molto diverso, inginocchiato nel suo bagno e obbediente a ogni parola che usciva dalla sua bocca.
Scesi da lei credendo fosse un normale favore tra vicini. Mi accolse con un sorriso che non ammetteva domande e con un ordine a cui non seppi negarmi.