La donna che sono diventata dopo Nadia
Quella mattina aprii la busta aspettandomi un numero di telefono. Trovai diecimila euro e un biglietto di tre parole che mi spezzò completamente.
Quella mattina aprii la busta aspettandomi un numero di telefono. Trovai diecimila euro e un biglietto di tre parole che mi spezzò completamente.
Pensavo di conoscerlo dopo tre anni insieme, fino a quella sera in cui ha appoggiato il bicchiere sul tavolo e mi ha detto che aveva una fantasia che non osava raccontarmi.
Da mesi nessuno la toccava. Quel pomeriggio di gennaio, nello spogliatoio vuoto e con i tre ragazzi ancora sudati, smise di pensare e si lasciò andare.
Portò liquore casalingo in una tanica senza etichetta e ubriacò il mio ragazzo in un’ora. Quando Sergio iniziò a russare, suo zio mi guardò e capii che la cena era appena cominciata.
La sua mano fredda si chiuse sul mio braccio come una morsa. Ero novanta chili di muscoli eppure, davanti a lui, mi sentii piccolo, esaminato, comprato.
Avevo la penna in mano e il debito di una vita sul tavolo. L’unica cosa che mi chiedeva in cambio era lasciare l’orgoglio alla porta.
Mi ha umiliato in videochiamata e sono andato a bere fino a crollare. Al bancone, due tipi alti mi hanno sostenuto per un braccio e mi hanno offerto un posto più tranquillo.
Pensavo che avremmo cenato solo noi tre. Ma mia cugina aveva invitato i suoi amici, e quella sera scoprii fin dove ero disposto a spingermi per compiacere il suo ragazzo.
Da quasi due mesi non avevo sue notizie. Poi arrivò il messaggio: «Domani vieni al lavoro con la biancheria da donna». E capii che non avrei potuto rifiutare.
Gli mandavo colpi da mesi senza risposta. Quella mattina rispose con due parole che mi misero in ginocchio ancora prima di aprirgli la porta.
Da un anno cercavo qualcuno disposto a prendermi completamente. L’e-mail di quella sconosciuta cambiò tutto: non voleva giocare con me, voleva prendersi la mia vita intera.
I suoi piedi sul bordo della mia poltrona furono solo l'inizio. Quella notte scoprii fin dove ero disposto ad arrivare per compiacerla.
Per anni le rubavo le ciabatte per nascondermi con loro. Il pomeriggio in cui mi scoprì su una scala, capì esattamente come usare il mio segreto.
Le lamentele dei vicini non la spaventavano; la eccitavano. In quell’ascensore sapeva di birra e di uomo sporco, e lei era già in ginocchio prima di arrivare all’ultimo piano.
Bastò che lei mi trovasse in ginocchio accanto al letto perché l’amicizia si spezzasse e iniziasse un’altra cosa: obbedire a ogni suo capriccio senza discutere.
La prima volta che mi ordinò di dipingermi le unghie dei piedi, mi tremavano le mani. Non per paura: per la voglia di obbedirle.
Quando mi afferrò per il braccio all’uscita, capii che non cercava delle scuse. Cercava uno schiavo, e io ero già in ginocchio prima ancora che lo chiedesse.
Scesi in bagno con un’urgenza semplice e la trovai lì, insaponata e sorridente, già consapevole dell’ordine che stavo per darle.