Mi sono arresa a uno sconosciuto e ho smesso di riconoscermi
Lavoravamo nello stesso edificio e bastò un sfioramento in ascensore perché capissi che stavo per perdere qualcosa che credevo intoccabile: la mia volontà.
Lavoravamo nello stesso edificio e bastò un sfioramento in ascensore perché capissi che stavo per perdere qualcosa che credevo intoccabile: la mia volontà.
Quando i quattro ragazzi entrarono nell’appartamento alle cinque del mattino, capii che avrei vissuto qualcosa che non ho mai raccontato a nessuno.
Impastava il pane da anni con gli occhi fissi a terra, finché un pomeriggio d’estate rimase sola con l’uomo che la guardava in modo diverso.
Non aveva mai visto una donna nuda fino a quel pomeriggio, accanto alla cascata. Non sapeva che quel desiderio lo avrebbe finito per imbarcare verso la fine del mondo.
La mia amica credeva che fossimo uscite a prendere aria. Io avevo già scelto la mia preda: il moro che giocava con suo figlio a dieci metri da noi.
Prima nascondevo tutto. Quella sera entrai in sala senza biancheria, con la gonna corta e la certezza che qualcuno avrebbe guardato. E io volevo che guardasse.
Ho visto il suo nome sullo schermo e ho capito che non avrei dovuto rispondere. Ma l’ho fatto, e appena ho sentito la sua voce sono tornata la donna che avevo giurato di non essere più.
Cammino tra gli armadietti con l’asciugamano sulla spalla e sento tutti gli sguardi. Fingono di non guardare, ma i loro corpi mi rispondono prima delle parole.
Non racconto questo per alleviare la coscienza, ma per confessare fin dove sono arrivata quel pomeriggio, con lui addormentato sul lettino e lei a pochi metri.
Raccolsi la forchetta caduta e, chinandomi sotto il tavolo, scoprii qualcosa che nessuno degli adulti sospettava. Quella notte tutto cambiò.
Ho acceso il vibratore, aperto il bingo e mi sono promessa una regola per ogni pallina. Quello che è successo dopo l’ho raccontato settimane dopo.
Mi sono promessa di non sentirmi più la sua mancanza. Allora perché stanotte ho una mano tra le gambe e il suo nome incastrato in gola?
Quella notte non pensai a nessuno. Spensi la luce, mi guardai nuda nel buio e capii che il corpo che avevo dato tanto agli altri poteva essere solo mio.
So esattamente cosa fai con una mano mentre tieni il telefono con l’altra. Per questo questa lettera è solo per te, e obbedirai a ogni riga.
Baltasar odorò la tensione appena il ragazzo gli chiese un passaggio. Non cercava chiacchiere: cercava la stessa cosa, e lo capirono entrambi senza dire una parola.
Nessuno mi aveva insegnato a desiderarmi. Quella mattina, con la casa vuota e la luce che entrava dalla finestra, ho deciso di insegnarmelo da sola.
Avevo diciannove anni e mi credevo intoccabile, finché quella notte un uomo che mi raddoppiava l’età mi fece capire quanto mi sbagliavo.
Accettai di pedalare cento chilometri per compiacerlo. Quello che non immaginavo era il barattolo di cayenna che mi aspettava quella notte nel lavabo dell’hotel.
Scendevo le scale di quel seminterrato con il cuore in gola e, prima ancora di pensarci due volte, ero già in ginocchio nella cabina in fondo.
Arrivai puntuale, ma loro non c’erano. Poi ricevetti la foto: la mia ragazza inginocchiata davanti al mio ragazzo, nel bagno in fondo, ad aspettare che entrassi.