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Relatos Ardientes

Le notti che vorrei dimenticare della mia vita da escort

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Nessuno ti dice davvero com’è questa cosa. Nessuno che l’abbia fatta davvero ti avverte di quello che ti aspetta, dei momenti che non riuscirai a toglierti dalla testa anche quando vorrai. In giro su internet circola una versione romanticizzata del lavoro sessuale, piena di incontri eleganti in hotel a cinque stelle e clienti che ti trattano come una persona. Quella versione esiste. Ma non è quella che ho conosciuto io per la maggior parte del tempo.

Quello che segue sono alcune delle esperienze che hanno segnato quel periodo della mia vita. Le racconto perché se ne parla poco, e perché c’è una cosa che voglio sia chiara fin dall’inizio: dall’altra parte di ogni transazione c’è qualcuno con un corpo, con dei limiti e con la capacità di sentire dolore.

Ho iniziato a ventitré anni. Avevo appena lasciato una città del nord dove non c’era modo di pagare l’affitto con quello che guadagnavo nel settore dei servizi. Un conoscente mi spiegò come funzionava, mi disse che c’era molta domanda e che, se uno era discreto, non c’erano problemi. Era facile, su questo aveva ragione. Ma facile e senza costo non sono la stessa cosa.

***

Il primo cliente di cui voglio parlare è qualcuno che ho avuto per diversi mesi. Mi contattò tramite una delle piattaforme abituali. Nel profilo c’era scritto semplicemente «uomo maturo, educato, cerca discrezione». Nella foto che mi mandò sembrava un uomo robusto ma nella norma. Niente che mi preparasse a quello che trovai.

Quando aprì la porta dell’appartamento capii subito che l’immagine era vecchia. L’uomo che avevo davanti doveva pesare più di centoventi chili, si muoveva con difficoltà e indossava una maglietta che gli si appiccicava al corpo per il sudore, anche se l’aria condizionata era al massimo.

Avevo l’abitudine di chiedere a qualsiasi cliente di farsi una doccia prima di cominciare. Lui lo faceva, senza protestare. Il problema era che il sudore tornava dopo dieci minuti, con lui, con un odore acre e denso che mi si piazzava in gola e non se ne andava.

La prima volta che mi inginocchiai davanti a lui mi costò molto più di quanto mi aspettassi. Dovetti sollevargli la pancia con entrambe le mani, spostarla contro il petto, per mettere in vista il cazzo, corto e grasso, nascosto fra pieghe di pelle umida. Me lo misi in bocca direttamente, senza preamboli, perché sapevo che se mi fossi fermata a pensarci non ce l’avrei fatta. Il sapore di sudore vecchio e sapone sciacquato male mi arrivò di colpo e dovetti chiudere gli occhi e deglutire due volte per non vomitare. Gli feci un pompino dall’alto verso il basso, stringendoglielo con le labbra, passando la lingua sul glande ancora e ancora finché non si indurì del tutto. Lui respirava forte sopra di me, con ansimi pesanti che facevano tremare tutta quella massa di carne sopra la mia testa.

—Continua, continua così —mi diceva, con la mano appoggiata sulla mia nuca senza stringere.

Gli succhiai il cazzo per quelli che mi sembrarono venti minuti, mentre lui mi chiedeva di leccargli le palle, di prendergliele in bocca una alla volta. Lo feci. Gli passai la lingua sul perineo, all’interno delle cosce dove la pelle era irritata, e risalii di nuovo verso la punta. Mi alzai un momento con una qualunque scusa, andai in bagno, respirai davanti alla finestra socchiusa con lo stomaco in subbuglio, mi sciacquai la bocca e tornai.

Per finire gli salii sopra. Era l’unica posizione che funzionava con quel corpo. Mi feci strada tra le sue gambe, sputai sulla mano e gli strofinai il cazzo per renderlo ben bagnato, poi cominciai a prenderlo nel culo poco a poco, sedendomi centimetro dopo centimetro. La sensazione di quella massa calda e umida sotto le mani, con i palmi appoggiati sulla sua pancia per non perdere l’equilibrio, è qualcosa che ancora oggi faccio fatica a ricordare senza sentire lo stomaco rovesciarsi. Cominciai a muovermi su e giù, cavalcandolo, sentendo il cazzo entrarmi tutto ogni volta che abbassavo i fianchi. Lui mi afferrava le natiche con entrambe le mani, me le allargava, mi conficcava le dita nella pelle.

—Montamela, montamela bene —ansimava, con la faccia rossa e i capelli attaccati alla fronte per il sudore.

Accelerai. Scendevo con forza, stringendo il culo intorno al cazzo, sentendo come gli si gonfiava dentro. Lui mi chiese di parlargli sporco e gli dissi quello che voleva sentire, che mi stava inculando bene, che aveva un cazzo che mi riempiva tutta, qualunque cosa pur di farlo venire una buona volta. Quando venne lo fece con un gemito lungo e soffocato, afferrandomi per i fianchi e inchiodandomi contro di sé per svuotarsi fino in fondo. Sentii lo sperma caldo risalire dentro e traboccare intorno quando mi sollevai. Un filo denso mi colò lungo la coscia fino al ginocchio.

Lo vidi ancora cinque o sei volte. Pagava puntualmente e non fu mai maleducato. Ma ogni volta che tornavo a casa mi facevo la doccia finché l’acqua calda non finiva.

***

Dopo pochi mesi mi arrivò una proposta diversa. Un intermediario che conosceva gente dell’ambiente mi spiegò che aveva un cliente che voleva organizzare una «serata privata con spettacolo». Il prezzo era il doppio del solito.

Gli chiesi che cosa implicasse esattamente. Me lo spiegò senza giri di parole: ci sarebbero stati quattro uomini che partecipavano direttamente e tra sei e otto persone in più a guardare. Uno spettacolo, a tutti gli effetti, nel salotto di una villa in periferia.

Andai. Era un sabato sera e il posto aveva tutti i segni di appartenere a qualcuno con soldi: mobili scuri e costosi, bottiglie di whisky con etichetta dorata, sedie disposte a semicerchio davanti a uno spazio libero al centro della stanza.

I quattro uomini si avvicinarono uno alla volta. Mi misi in ginocchio su un cuscino al centro di quella stanza mentre gli altri guardavano dalle loro sedie con i bicchieri in mano, come se fossero a teatro. Il primo si piazzò davanti a me con il cazzo già fuori dai pantaloni, duro, grosso, e me lo mise in bocca senza dire niente. Mi afferrò la testa con entrambe le mani e cominciò a inculare la mia gola al suo ritmo, senza lasciarmi respirare bene. Io mi costrinsi a rilassare la mandibola e a deglutire ogni volta che spingeva fino in fondo. Gli spettatori mormoravano piano, qualcuno rise. Quando finì di usare la mia bocca si spostò, mi diede due colpetti con il cazzo sulla guancia, lasciando una scia di saliva mescolata a liquido preseminale, e tornò al suo posto.

Il secondo preferì faccia a faccia. Mi succhiò i capezzoli, mi morse il collo, poi mi girò e me lo infilò in bocca da un altro angolo, più lentamente, costringendomi a succhiarglielo guardando verso l’alto. Il terzo si sedette direttamente su una sedia al centro e mi chiese di inginocchiarmi tra le sue gambe per succhiarglielo mentre mi accarezzava i capelli con la calma di un dopocena. Il quarto non volle la bocca. Volle da subito infilarlo da un altro posto e lo fece capire con un cenno del mento.

Poi arrivarono le penetrazioni, anche quelle una alla volta. Mi misero a quattro zampe su un tappeto che sapeva di nuovo. Il primo mi prese senza riguardo, afferrandomi per i fianchi, e mi inculò per minuti con un ritmo costante e secco che mi faceva mordere il labbro per non emettere un suono. Sentivo il suo cazzo entrare e uscire, ogni volta più scivoloso per via del lubrificante che qualcuno gli porse senza dire una parola. Quando toccò al secondo, mi girò a pancia in su, mi sollevò le gambe fino alle spalle e mi penetrò così, molto in profondità, guardandomi in faccia mentre veniva dentro senza avvertire. Sentii il getto caldo e uscì con un rumore umido che si sentì in tutta la stanza.

Il terzo mi inculò in piedi, piegato contro lo schienale del divano, con una mano sulla nuca che mi schiacciava la guancia contro la pelle. Fu rapido e brusco. A un certo punto, mentre il terzo era ancora dentro, due di loro vollero fare qualcosa in simultanea che io non avevo concordato: il quarto si avvicinò da davanti e mi mise il cazzo in bocca allo stesso tempo, costringendomi a succhiarglielo mentre l’altro continuava a prendermi da dietro. Tutti e due si muovevano insieme, uno dentro e uno fuori, senza coordinarsi, sbattendo contro di me da entrambe le parti. Non era stato concordato, ma lasciai correre perché a quel punto volevo solo che finisse. Gli occhi mi lacrimavano per lo sforzo di deglutire e respirare nello stesso tempo. Quello davanti venne per primo, in bocca, e mi costrinse a ingoiare stringendomi la mandibola. Quello dietro mi tirò fuori il cazzo e mi finì per schizzarmi la schiena con una sborrata densa e abbondante.

Il finale della notte non l’avevo accordato con nessuno. Quattro di loro, compresi due degli spettatori che erano rimasti zitti sulle loro sedie per tutto il tempo, si alzarono e si disposero intorno a me con i cazzi fuori e mi pisciarono addosso mentre gli altri applaudivano come se avessero visto un numero di magia. I getti caldi mi cadevano sui capelli, sulla faccia, sulle spalle, sulla schiena. Chiusi gli occhi e aspettai che finissero.

Mi feci la doccia nel bagno della villa prima di uscire. L’acqua impiegò molto tempo a tornare pulita.

***

Ci sono clienti che hanno feticci che, visti da fuori, sembrano strani ma non fanno male a nessuno. Con uno di loro mantenni una relazione durata diversi mesi e che fu, in termini generali, una delle cose più tranquille che vissi in quel periodo.

Era un uomo anziano, avrà avuto sui sessantacinque anni, che diceva di aver lavorato per decenni nella pubblica amministrazione. Parlava con una correttezza quasi antiquata, arrivava sempre all’ora concordata, e il suo feticcio era esattamente uno: l’urina.

La dinamica era sempre la stessa. Riempiva la vasca da bagno fino a metà, si sdraiava dentro e mi chiedeva di mettermi in piedi sul bordo e pisciargli addosso, puntando prima al petto, poi alla faccia, poi al cazzo che gli si induriva piano mentre il getto gli bagnava le palle. Quando finivo di urinare, si masturbava per qualche minuto con quella mano tranquilla di chi l’ha già fatto mille volte, senza fretta, guardandomi dal basso. A volte mi chiedeva di inginocchiarmi accanto alla vasca e succhiargli il cazzo bagnato fino a quando veniva dentro l’acqua, in getti lenti che si dissolvevano subito. Poi toccava a lui. Si alzava, io mi sdraiavo nella vasca vuota e lui mi pisciava addosso con lo stesso rituale, senza dire una parola, molto concentrato. Finiva sempre con una doccia doppia e aveva sempre gli asciugamani piegati e pronti.

Non era una cosa che avrei cercato di mia iniziativa. Ma rispetto al resto, quegli incontri risultavano quasi rilassanti. Mi chiedeva come stessi, a volte preparava il caffè prima che me ne andassi, e non oltrepassò mai nessun limite che non fosse stato concordato. In quel lavoro, questa cosa vale più di quanto sembri.

***

La maggior parte delle richieste difficili arrivava con un preavviso. Un messaggio in cui il cliente spiegava le proprie preferenze con tempo sufficiente per poter dire di no. Lo apprezzavo. Il problema era quando la richiesta in sé già oltrepassava una linea che non aveva niente a che vedere con ciò che ero disposto a fare.

Uno di questi casi fu quello di un uomo che aveva un allevamento nelle campagne alla periferia di una città di provincia. Il primo messaggio era ragionevole: cercava qualcuno per giochi di dominazione, sottomissione, frustate. Nulla che non avessi già gestito in passato.

Alla fine dello stesso messaggio, come se fosse una richiesta in più in una lista della spesa, mi chiedeva se sarei stato disposto a partecipare a un incontro con uno degli animali della sua fattoria.

Gli risposi di no. Mi mandò un altro messaggio spiegando che era una cosa che faceva gente, che era completamente sicura con gli animali adatti, che mi avrebbe pagato il triplo. Gli dissi di nuovo di no e bloccai il numero.

Ci sono soldi che non valgono il prezzo da pagare per accettarli.

***

Quella stessa settimana, per una di quelle coincidenze che fanno pensare che il mondo abbia uno strano senso dell’umorismo, ricevetti altre due richieste che non accettai.

La prima era di qualcuno che voleva farmi un piccolo taglio durante l’incontro e poi succhiare la ferita. Lo spiegava con molta cura, in ogni dettaglio, come se questo l’avesse reso più accettabile.

La seconda era di qualcuno che voleva che defecassi su di lui mentre mantenevamo il contatto.

A entrambi dissi di no, senza altre spiegazioni. Nessuno dei due insistette più di tanto. Ma il fatto che queste richieste esistano, che qualcuno le scriva in un messaggio con la stessa naturalezza con cui chiederebbe una pizza, ti dice qualcosa sulle persone che preferiresti non conoscere.

***

La storia più surreale di tutto quel periodo fu quella di una donna.

Lavoravo più spesso con uomini, ma non avevo restrizioni. Quando mi contattò fu diretta: voleva un incontro in un appartamento che avrebbe prenotato lei, il prezzo era buono, e per il resto non diede altri dettagli. Arrivai senza sapere esattamente cosa aspettarmi.

Doveva avere sui quarant’anni e qualcosa, era vestita bene e mi aprì la porta con un bicchiere in mano e un sorriso che non era esattamente di desiderio. Era qualcos’altro. Qualcosa di calcolato e soddisfatto allo stesso tempo.

Cominciammo a parlare mentre mi versava un bicchiere. Fu allora che me lo raccontò, con tutta la calma del mondo: suo marito l’aveva tradita con una collega di lavoro. L’aveva scoperto quattro mesi prima guardando il telefono che lui aveva lasciato sbloccato sul comodino. Non aveva ancora chiesto il divorzio, ma aveva già deciso. Quello che voleva prima era che lui ricevesse le stesse immagini che lei aveva ricevuto a suo tempo.

Prese il telefono e lo appoggiò su uno scaffale, inquadrando il letto da un’angolazione che lasciava fuori i nostri visi. Si spogliò senza smettere di parlare, con la stessa calma con cui aveva versato il bicchiere. Aveva tette grandi, con i capezzoli scuri e duri, e un pelo completamente rasato che mi mostrò aprendosi le gambe sul bordo del materasso.

—Comincia da lì sotto —mi disse, indicando con due dita.

Mi inginocchiai tra le sue cosce e le mangiai la figa piano, passandole tutta la lingua da sotto fino al clitoride, imparando il ritmo a cui rispondeva. Le infilai due dita e le curvai verso l’alto mentre le succhiavo il clitoride, e lei arcuò subito la schiena, afferrandomi i capelli con una mano per tenermi dove voleva. Era molto bagnata. La leccai finché non venne contro la mia bocca, stringendo le cosce intorno alla mia testa con un gemito lungo. Poi mi tirò su per i capelli e mi chiese di inculargliela una buona volta.

Mi misi il preservativo e glielo infilai con una spinta sola, con le gambe di lei appoggiate sulle mie spalle. Cominciai a pomparla forte fin dall’inizio, vedendo le tette rimbalzare a ogni colpo di bacino. Ogni tanto lei lanciava un’occhiata alla videocamera del telefono, controllando l’inquadratura, e mi chiedeva di darle più forte, di prenderla fino in fondo. La girai e la misi a quattro zampe rivolta verso la videocamera, con il viso nascosto contro il cuscino, e la inculai da dietro afferrandola per i fianchi. Il suono delle carni che si scontravano riempiva la stanza. Le diedi un paio di schiaffi sul culo su sua richiesta, e lei spingeva il culo indietro per farselo entrare più a fondo. Quando finii mi chiese di tirarmelo fuori e di venire sulla sua schiena, sopra le natiche, in modo che si vedesse bene.

Quando la vidi prendere il telefono le chiesi apertamente cosa avrebbe fatto con le foto.

—Solo per lui —disse—. Tu sei fuori dall’inquadratura. Nessuno saprà chi sei.

Finì l’incontro. Incassai. Uscii in strada senza sapere come sarebbe andata a finire quella storia di matrimonio né se il marito in questione meritasse ciò che gli sarebbe capitato.

***

L’ultimo cliente di cui voglio parlare è quello che mi fece lasciare tutto.

Mi arrivò consigliato da un cliente abituale, il che di solito era il segno che fosse una persona ragionevole. Aveva circa quarantacinque anni, un fisico atletico, e fin dal primo messaggio chiarì che prendeva farmaci per gli incontri. Me lo disse come se fosse un dato informativo, come chi avverte del tempo.

Il primo incontro fu lungo ma non andò oltre. Mi inculò per più di un’ora in varie posizioni, con il cazzo duro come un bastone per via dei farmaci, e anche se finii stanco non successe nient’altro. Il secondo fu più intenso. Cominciò chiedendomi di succhiargli il cazzo in ginocchio e mi tenne la testa per inculare la mia gola a lungo, lasciando che andassi quasi di traverso e che gli occhi mi lacrimassero prima di togliermelo. Poi mi mise a pancia in giù sul letto e mi penetrò senza altro, sbattendomi forte per molto tempo senza venire, senza pause, finché non rimasi con i fianchi doloranti e le lenzuola bagnate di sudore e lubrificante. Dal terzo cominciai a capire qual era il problema vero: non era il tempo in sé, ma il modo in cui usava quel tempo.

Aveva forza e si metteva in uno stato in cui smetteva di prestare attenzione ai segnali dell’altro. Io gli chiedevo di rallentare o di cambiare posizione e lui lo faceva per un momento, ma poi tornava allo stesso ritmo in modo quasi meccanico. Mi conficcava le dita nei fianchi, mi bloccava i polsi contro il materasso, e continuava a infilarlo con lo stesso impeto anche quando gli dicevo di fermarsi un secondo. La medicazione gli toglieva la capacità di leggere il corpo di chi aveva davanti.

Per il quarto incontro arrivai già tesa in anticipo. Quel giorno mi mise a quattro zampe sul bordo del letto e me lo infilò senza prepararmi quasi per niente. Cominciò a inculare sempre più velocemente, afferrandomi i capelli con una mano e la spalla con l’altra, tirando indietro così che il cazzo mi entrasse fino alla radice a ogni colpo. Gli chiesi due volte di fermarsi un momento. La prima volta fu una pausa di tre secondi. La seconda non mi ascoltò. Cambiò posizione da solo, mi mise a pancia in su con le gambe contro il suo petto e tornò a inculandomi con la stessa forza, stringendomi le cosce contro le costole, senza staccare lo sguardo da un punto perso nel muro. Fu troppo tempo, troppa forza e nessun vero freno. A un certo punto sentii qualcosa strapparsi dentro, un tiro caldo e acuto diverso dal resto, e lui continuò ancora un po’ prima di venire, senza toglierlo, svuotandosi dentro con un gemito basso. Quando finalmente se ne andò, il dolore che sentivo era diverso dalla normale stanchezza. Era qualcosa di più profondo, più fisso.

Aspettai due giorni che passasse. Non passò. Finìi al pronto soccorso con uno strappo che impiegò settimane a guarire abbastanza da permettermi di sedermi senza dolore. Le prime notti non riuscii a dormire davvero.

Il medico non chiese. Io non spiegai.

Mentre ero disteso su quel letto ad aspettare i risultati, presi una decisione su cui non ebbi bisogno di riflettere troppo. Quella stessa settimana disattivai tutti i profili. Non risposi ai messaggi che continuavano ad arrivare. Lasciai che tutto scadesse da solo.

Non me ne pentii.

***

Racconto tutto questo perché esiste un’idea molto diffusa secondo cui il lavoro sessuale sarebbe una transazione che mette tutto sullo stesso piano, che il denaro pulisca qualsiasi situazione. Non funziona così.

Ci sono persone che pagano e credono sinceramente che questo dia loro diritto sul corpo di chi hanno davanti. Persone che confondono «essere disponibile» con «non avere limiti». Persone che, semplicemente, quando guardano il lavoratore che hanno davanti non vedono proprio nessuno.

Se mai contratti qualcuno per questo, ricordalo: c’è una persona dall’altra parte. Con un corpo che si stanca, che si rompe e che non dimentica.

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