La fantasia con un sconosciuto che mi ha svegliata bagnata
Gli ho chiesto una foto e mi è arrivata quella di un altro uomo: uno sconosciuto perfetto. Quella notte non immaginavo dove mi avrebbe portata quell’immagine mentre dormivo.
Gli ho chiesto una foto e mi è arrivata quella di un altro uomo: uno sconosciuto perfetto. Quella notte non immaginavo dove mi avrebbe portata quell’immagine mentre dormivo.
Adoro il pisolino quando sono sola in casa. Oggi il fresco del temporale mi ha fatto rizzare la pelle e, senza rendermene conto, non riuscivo a pensare ad altro che a come mi avresti guardata tu.
Cercavo qualcosa di diverso quel pomeriggio, qualcosa che mi tirasse fuori dalla noia. Trovai uno sconosciuto disposto a guardarmi mentre mi lasciavo guardare.
Pensavano che dormissi. Dal corridoio ho sentito ogni parola, ogni risata bassa, ogni cosa che dicevano su di me. E invece di indignarmi, sono rimasta immobile, ad ascoltare.
Quel pomeriggio non mi è servito nessun video. È bastato chiudere gli occhi per viaggiare su un balcone dove qualcuno mi guardava godere e a me non è più importato nulla.
Sono le due del mattino, non riesco a dormire e sono solo. Il caldo stringe, il letto brucia e la mia mente comincia a vagare tra nomi e corpi che credevo dimenticati.
Quella notte non pensai a nessuno. Spensi la luce, mi guardai nuda nel buio e capii che il corpo che avevo dato tanto agli altri poteva essere solo mio.
Il tuo messaggio è arrivato prima del caffè: «Cosa mi faresti?». E io, nudo e mezzo sveglio, ho capito che mi sarebbe costata tutta la mattina.
Chiusi la porta del bagno, lasciai cadere la divisa sul pavimento e capii che quel pomeriggio non avrei potuto pensare ad altro che alle sue mani.
Il medico mi ordinò due mesi di riposo lontano da tutto. Non avrei mai immaginato che il relax sarebbe finito con mia figlia che si spogliava lentamente davanti a me.
Quando l’aereo tremò e lei mi cadde addosso di colpo, sentii i suoi fianchi schiacciarsi contro il mio corpo. Nessuno dei due disse nulla, ma qualcosa era cambiato.
Lo rividi nel corridoio dei vini e lo stomaco mi fece un tuffo. Trent’anni senza saperne nulla e, all’improvviso, un invito al bar cambiava tutto.
Le legai la benda con cura e le chiesi di sentire soltanto. Non sapeva che dietro la tenda c’era qualcun’altra ad aspettare il suo turno.
Lo invitavamo a casa dopo ogni cena. Questa volta volevamo di più: due giorni chiusi con lui, senza orologi, senza vicini, senza freni.
Avevo vent’anni e credevo di conoscere i miei desideri, finché mia suocera aprì quell’album e mi mostrò chi era stata. Quella notte spensi la luce e capii tutto.
Cinque minuti intrappolata tra il muro e un uomo del trono che odorava di rosmarino e legno. Non sapevo il suo nome, ma seppi che quella notte l’avrei cercato.
Nessuno mi aveva insegnato a desiderarmi. Quella mattina, con la casa vuota e la luce che entrava dalla finestra, ho deciso di insegnarmelo da sola.
Lei si alzò arrabbiata perché lui guardava il calcio e non si accorgeva di lei. Non sapeva che quel colpo contro il tavolino avrebbe acceso tutto il pomeriggio.
Le valigie ancora da disfare e, sotto uno dei letti, un mucchio di riviste vecchie che nessuno dei tre fratelli riuscì a smettere di guardare quel pomeriggio di calore.
Quando l’aria fresca mi colpì la pelle nuda capii che non eravamo in camera: mi aveva portata in giardino, legata e al buio, e chiunque avrebbe potuto vedermi.