Il fine settimana in cui mia moglie ed io fummo i suoi sottomessi
Attraversammo quella porta sapendo che, da quel momento fino a lunedì, non avremmo più avuto volontà propria. Nessuno dei due volle tornare indietro.
Attraversammo quella porta sapendo che, da quel momento fino a lunedì, non avremmo più avuto volontà propria. Nessuno dei due volle tornare indietro.
Quando aprii la porta, mi aspettavo di trovarla sola sul divano, come sempre. Non avevo fatto i conti con la seconda sagoma che mi fissava nella penombra del salotto.
Lo scanner emise un bip rosso e, in quell’istante, seppi che non sarei mai più stato l’uomo entrato in quella sala quella mattina.
Non l’ho mai detto a nessuno, ma appena lui esce di casa per partire, c’è un nome e un corpo che occupano tutta la mia immaginazione.
Ogni pomeriggio attraversavo il giardino per aiutarlo con le vigne, ma sapevamo entrambi che ci andavo per altro: per il modo in cui quell’uomo enorme mi guardava.
Quando Sara uscì dalla cantina di Don Aurelio le tremavano le gambe e non mi guardava negli occhi. Sapevo benissimo cosa era appena successo lì dentro.
L’avevo tenuto stretto per mezzo anno, sola con i miei ricordi e le mie notti. Il venerdì mi tolsi le mutande in un’area di sosta e guidai il resto del viaggio tremando.
Per mesi la costrinse a inginocchiarsi nel buio. Non immaginò mai che un giorno sarebbe stata sua moglie a chiedere pietà davanti alla telecamera.
Credevano di pagare un prezzo per una sola notte. Ariadna scoprì un’altra cosa: che comandare le piaceva troppo per tornare indietro.
Per mesi aveva implorato una sola parola da lui. Il martedì arrivò il messaggio, e la proposta era così temeraria che accettarla poteva costarle molto più dell’orgoglio.
Salirono sul palco convinti che sarebbe stata solo una danza ridicola. Nessuno immaginò fino a dove fossero disposte a spingersi loro quel pomeriggio di fine corso.
Dieci anni dopo l’addio, lui la osservò sopra il caffè e seppe esattamente come aiutarla. E cosa avrebbe chiesto in cambio.
Le avevano detto che il secondo giorno non ci sarebbe stata pietà. Quello che non sapeva era fin dove fossero disposte a spingersi le due signore della sala bianca.
Bruno credeva di avere il controllo su tutto: la sua ragazza, l’amante e il suo orgoglio. Non sapeva che quella notte avrebbe perso tutto insieme.
Lo legai con un guinzaglio sottile attorno a tutto ciò che gli importava e, quando tirai per la prima volta, seppi che quella notte sarebbe stata mia dall’inizio alla fine.
Conoscevo le regole: un’ora, senza limiti concordati, quattro contro di me. Quello che non sapevo era quanto mi sarebbe piaciuto perdere il controllo tra le loro mani.
Lo invitai a insegnarmi a difendermi. Prima che mio padre tornasse, mio zio avrebbe già imparato che mi bastava un gesto per metterlo in ginocchio.
Da mesi non avevo sue notizie. La sua chiamata fu un ordine, non un invito: quella notte avrei smesso di essere una persona per diventare una sua proprietà.
Attraversai la porta aspettandomi una festa normale. Trovai un patio pieno di ragazze in bikini, nessun altro uomo e un’hostess con un sorriso tutt’altro che amichevole.
Ho sempre avuto una fissazione strana. Quel pomeriggio decisi che il mio migliore amico sarebbe stato il primo a obbedirmi, in ginocchio e senza nulla da nascondere.