Nessuno sa quello che faccio quando cala la notte
Non c’è un momento esatto in cui ti rendi conto che il tuo corpo non ti appartiene più del tutto. Succede piano, come quando l’odore della pioggia arriva prima che cadano le prime gocce. Un giorno mi sono svegliata con le lenzuola fradice tra le cosce, con la figa gonfia e pulsante come se avesse un cuore tutto suo, e ho capito che qualcosa era cambiato per sempre.
Mi chiamo Valeria. Ho ventuno anni, vivo in un paesino attaccato al fiume Cristal, e fino a pochi mesi fa ero, secondo tutti, la ragazza seria. Quella che studiava. Quella che non attirava l’attenzione. Quella che abbassava gli occhi quando qualcuno le sorrideva troppo per strada.
Ma quello era di giorno.
Di notte ero tutt’altra cosa. Di notte mi infilavo due dita fino in fondo pensando a cazzi che non avevo mai visto e venivo mordendo il cuscino per non farmi sentire da mia nonna dall’altra parte del corridoio.
Non so quando sia cominciato. Forse quando ho trovato quel gruppo privato in cui le donne raccontavano nei dettagli come si erano fatte scopare per la prima volta, quanti cazzi avevano succhiato quella settimana, che cosa si provava ad avere lo sperma caldo che colava lungo il mento. Forse quando mi sono guardata nuda nello specchio del bagno e non ho più visto la bambina che ero stata, ma qualcuno con due tette sode dai capezzoli scuri e una figa stretta capace di provocare certe cose negli altri. Quello che ricordo con chiarezza è l’idea. Quell’idea assurda, contorta, enormemente eccitante che si è installata nella mia testa come se fosse sempre stata lì in attesa.
E se mettessi all’asta la mia verginità?
Non perché ne avessi bisogno. Non per soldi. Ma per il puro eccitamento di immaginare uomini disposti a pagare non solo con i soldi, ma con l’urgenza, con la fame, con la disperazione di chi si sega da settimane pensando a una figa che non può ancora avere. Immaginavo uomini seduti davanti agli schermi in stanze buie, con il cazzo duro in una mano e il mouse nell’altra, a fare offerte in silenzio per qualcosa che nessun altro aveva ancora sfondato. Immaginavo le loro facce tese, le mascelle serrate, il momento in cui uno di loro avrebbe scritto una cifra così brutale da lasciare gli altri con il cazzo in mano e senza risposta.
E quell’immagine mi bagnava prima ancora che riuscissi a finirla nella mente. Mi si gonfiavano le labbra sotto fino a spingere contro il tessuto della mutandina. Mi colava la figa a scuola.
Era questo che mi mandava fuori controllo. Non avevo bisogno che succedesse davvero. Mi bastava pensarci, costruirmi la scena mentre stavo sdraiata sul letto con le gambe aperte o aspettavo l’autobus con le cosce strette, o mentre la mia prof di contabilità spiegava qualcosa sugli ammortamenti e io avevo le mutandine fradice sotto la gonna. Il mio corpo reagiva con una velocità che mi spaventava e mi affascinava allo stesso tempo: un sfregamento del tessuto contro i capezzoli, una canzone lenta negli auricolari, la nuca di uno sconosciuto nella fila del supermercato. Tutto diventava legna da ardere. Tutto finiva con me chiusa in qualunque bagno a infilarmi le dita fino alle nocche.
Quella sera di martedì, con il caldo appiccicato alla pelle e il paese in silenzio assoluto, decisi di fare qualcosa con tutto questo.
***
Rimasi ferma davanti all’armadio per dieci minuti prima di scegliere. Non perché non sapessi cosa volevo mettermi, ma perché volevo assaporare quel momento: la decisione consapevole di vestirmi per nessuno e per me stessa allo stesso tempo. Era una scelta che apparteneva solo a me.
Scelsi una camicetta bianca senza maniche, leggera, quasi trasparente sotto la luce diretta. Il tipo di capo che di giorno sembra innocente, ma che di notte, quando passi sotto un lampione, tradisce i capezzoli turgidi. Sotto, un reggiseno di pizzo color crema, morbidissimo, con il tessuto così fine che quando lo indossai sentii ogni punto del pizzo grattarmi le punte delle tette come piccole lingue che mi sfioravano. I capezzoli mi si fecero duri prima ancora di finire di allacciarmelo, tanto tesi da far male.
La gonna era a fiori, ampia, lunga fino al ginocchio ma così leggera che l’aria la muoveva senza sforzo. E sotto, una mutandina di filo rosso che si infilava tra le labbra della figa esattamente nel punto in cui cominciava a farsi sentire la pressione. Il filo mi entrò nella fessura e sentii subito come si bagnava. Mi stavo bagnando solo a vestirmi.
Mi guardai allo specchio. Sembravo una ragazza uscita a fare una passeggiata.
Ma se qualcuno mi guardava per due secondi in più, vedeva quello che c’era sotto quell’aria tranquilla: una troia arrapata con le tette dure e la figa che grondava.
Mi raccolsi i capelli in uno chignon morbido, mi infilai dei sandali bassi e uscii nel corridoio senza fare rumore. Mia nonna dormiva in fondo. Le assi del pavimento erano vecchie e sapevo a memoria quali scricchiolavano. Le evitai una per una e uscii in strada.
***
Il paese di notte ha un odore diverso. Di terra umida, di fritti già freddi, di gelsomino che si arrampica sui muri bianchi. C’è qualcosa in quell’oscurità immobile che ti fa sentire invisibile anche se tutti potrebbero stare a guardare da dietro le persiane chiuse.
Camminai piano, senza fretta. Ogni passo era deliberato. Sentivo il tessuto della gonna sfiorarmi le cosce, l’aria della notte infilarsi sotto, la mutandina di filo muoversi a ogni falcata, sfregarmi il clitoride a ogni passo come se avesse una volontà propria. Quando arrivai al sentiero che scende verso le rive del fiume Cristal, avevo già camminato per dieci minuti, avevo la mutandina fradicia attaccata alla figa e ero completamente eccitata senza aver ancora fatto niente.
Il sentiero non aveva lampioni oltre l’ultimo isolato di case. Solo la luna, la terra color ocra tra i cespugli e il suono dell’acqua in lontananza. Conoscevo quel posto da bambina: era lì che i pescatori del paese andavano il sabato mattina, dove d’estate le madri portavano i bambini a rinfrescarsi i piedi. Di notte non andava nessuno.
O almeno così pensavo.
Quell’incertezza, quel piccolo dubbio che forse qualche uomo potesse incrociare i miei passi, vedermi da dietro un albero con la gonna alzata e la mano infilata nella mutandina, mi accelerò il battito in un modo che non mi aspettavo. La figa mi si contrasse con una forza quasi dolorosa.
Mi addentrai tra gli alberi, scostando i rami bassi con una mano, fino a raggiungere una zona dove i tronchi erano grossi e il terreno coperto di erba schiacciata. Il fiume si sentiva vicino ma da lì non si vedeva. Si sentiva soltanto: un mormorio costante e basso, come il respiro di qualcosa di vivo.
Mi appoggiai contro uno degli alberi e rimasi immobile un momento.
Ascoltai.
Niente. Solo l’acqua, i grilli, un uccello notturno che chiamava da lontano. Il cuore mi martellava nelle tempie. E tra le gambe, un altro cuore più piccolo e più folle batteva dentro la figa.
***
Mi tirai su la camicetta fino al collo e mi abbassai il reggiseno di scatto. Le tette saltarono nell’aria fresca della notte e i capezzoli mi si indurirono ancora di più, tanto che mi sfuggì un gemito. Me li pizzicai con due dita, prima uno e poi l’altro, tirando forte, torcendoli finché le gambe non mi si ammorbidìrono. Mi succhiai un dito, lo passai sulla punta sinistra, poi su quella destra, e quel freddo umido sul capezzolo caldo mi fece stringere le cosce con forza.
Poi mi alzai la gonna piano, come se qualcuno mi stesse guardando. Era esattamente quello di cui avevo bisogno: comportarmi come se ci fosse una coppia di occhi tra gli alberi, nascosti nel buio, a seguire ogni mio movimento con il cazzo già in mano. Mi aiutai a credere in quell’immagine finché non la sentii reale, finché quasi non riuscivo a sentire il peso di un respiro trattenuto dietro un tronco vicino, il lieve scricchiolio di una mano che si muoveva veloce su un cazzo teso.
Mi spostai la mutandina di lato.
L’aria della notte arrivò dove il tessuto non c’era più. Le labbra della figa erano così gonfie e bagnate che sentii come si aprivano da sole appena tolta la pressione. Rimasi così, immobile, per qualche secondo, a sentire solo quella temperatura contro la pelle più sensibile che avevo, con il bagnato che mi colava lentamente lungo l’interno della coscia. Poi chiusi gli occhi e cominciai.
Prima passai un dito intero lungo tutta la fessura, dal basso verso l’alto, molto piano. Il dito ne uscì lucido. Me lo portai alla bocca, lo succhiai, assaporai il mio stesso liquido caldo, e tornai giù con la mano. Stavolta con due dita. Le posai sul clitoride gonfio e cominciai a fare piccoli cerchi, stretti, senza premere troppo, reimparando ciò che già sapevo come se fosse la prima volta.
C’è qualcosa nell’esterno, nel buio e nell’odore di terra umida e nel suono del fiume, che cambia tutto. Lo stesso gesto che nella stanza chiusa con il cuscino sulla faccia diventa qui qualcosa di più grande, più osceno, come se lo spazio amplificasse ogni sensazione e me la restituisse moltiplicata. Abbassai le dita fino all’ingresso della figa e sentii come si apriva, come chiedeva di essere riempita. Ne infilai una. Poi due. Le piegai verso l’alto cercando quel punto che mi faceva sempre perdere il controllo, e lì c’era, ad aspettarmi, morbido e gonfio.
Le dita iniziarono a muoversi più in fretta. Entravano e uscivano con un suono liquido, umido, osceno, chiaramente udibile sopra il mormorio del fiume. Ogni affondo produceva un rumore di suzione che mi faceva venire ancora di più.
Appoggiai la schiena più forte contro l’albero e gettai la testa all’indietro. La corteccia ruvida attraverso il tessuto sottile. La luna tra le foglie. Con la mano libera mi tiravo un capezzolo, poi l’altro, mentre l’altra pompava dentro la figa con il pollice piantato sul clitoride. Il calore raccolto nel ventre cominciò a diventare insopportabile, come una corda tesa fino al punto in cui non è più possibile tirarla oltre.
—Valeria vuole farsi vedere —sussurrai—. Valeria vuole farsi vedere mentre si infila le dita.
Non so nemmeno perché lo dissi ad alta voce. Ma sentire il mio nome in quel silenzio, pronunciato così, con la voce roca e la bocca secca, mi attraversò in un modo che non avevo previsto. Immaginai che ci fosse un uomo dietro un tronco, a cinque metri da me, che fosse passato per quel sentiero per caso e si fosse bloccato vedendomi con la gonna arrotolata e le tette al vento. Che mi guardasse senza osare respirare, con il cazzo fuori dai pantaloni, la mano che saliva e scendeva sul tronco duro, sostenuto dalla stessa oscurità che sosteneva me.
—Guarda come si bagna questa troia —mormorai a quel fantasma—. Guarda come mi entrano le dita.
Quell’immagine mi spinse sull’orlo.
La trattenni. Tirai fuori le dita, le passai sul clitoride con colpetti rapidi e le infilai di nuovo, stavolta tre. La figa fece un rumore di suzione nell’accoglierle. Volevo restare lì ancora un po’, su quel filo preciso in cui il corpo trema e la mente non riesce più a pensare ad altro. Pensai all’asta. Pensai al primo rilancio. Pensai al momento in cui qualcuno decide che una figa vergine vale quello che costa e la reclama con l’urgenza di chi si sega da troppo tempo con quell’idea in testa.
E allora mi lasciai andare.
***
Il primo orgasmo arrivò dall’interno verso l’esterno, come un’onda che nasce in profondità e affiora con più forza del previsto. La figa si strinse attorno alle mie tre dita con spasmi brutali, contraendosi ancora e ancora, succhiandole dentro. Mi mordicchiai il dorso della mano sinistra per non gridare. Non perché avessi paura che qualcuno mi sentisse. Ma perché volevo tenere qualcosa, anche solo quel suono, per me sola.
Mi ci volle un momento per riprendere fiato. Le dita erano ancora dentro, ferme, a sentire la figa pulsare attorno a loro, espellendo piccole ondate di liquido caldo ogni pochi secondi.
Il corpo non voleva fermarsi.
Tirai fuori le dita con un suono liquido e me le portai alla bocca. Le succhiai una per una, assaporandomi tutta, fino alle nocche. Poi abbassai di nuovo la mano e ricominciai, stavolta in modo diverso: più a fondo, più piano all’inizio e poi più forte, con una determinazione che non sapevo di avere. Inserii due dita e con l’altra mano mi allargai bene le labbra della figa per far sì che l’aria della notte colpisse direttamente il clitoride esposto. Poi mi sputai sulle dita e tornai all’attacco.
I muscoli delle cosce mi tremavano. La corteccia dell’albero continuava a starmi sulla schiena come un’ancora. Il fiume continuava a suonare, indifferente e costante. Mi scopavo con le dita come se fossero un cazzo, entrando fino in fondo, uscendo quasi del tutto, entrando di nuovo, ogni affondo più veloce del precedente. Il suono umido si mescolava al mio respiro spezzato.
—Scopami —sussurrai al fantasma che mi ero inventata—. Scopami, figlio di puttana, vieni e infilamelo.
Mi immaginai l’uomo uscire finalmente da dietro l’albero, con il cazzo teso puntato verso di me, e mi immaginai di aprire la bocca. Mi immaginai di succhiarglielo lì, in ginocchio sull’erba, con le tette al vento e la gonna alzata, mentre lui mi afferrava per i capelli e me lo spingeva fino in gola. Mi immaginai il sapore. La consistenza. L’odore.
Quando arrivò il secondo orgasmo, fu diverso. Più lungo. Più bagnato. Ci fu un momento in cui sentii che tutto il corpo si svuotava verso fuori, che qualcosa accumulato da giorni trovava finalmente una via di fuga. Venni a fiotti. Sentii un liquido caldo uscire a ondate e bagnarmi tutta la mano, l’avambraccio, la coscia, l’interno della gamba fino al ginocchio. Non mi era mai successo. Non ero mai venuta così, con così tanta acqua che usciva dalla figa come se stessi pisciando ma senza esserlo, con quella scarica che ti svuota del tutto.
Rimasi piegata in avanti, con le mani sulle cosce, a respirare silenziosamente, con fili di liquido che mi pendevano dalle labbra inferiori e gocciolavano sull’erba.
Ci misi un po’ a raddrizzarmi.
***
Mi lasciai cadere sull’erba. La gonna restò distesa attorno a me come un fiore aperto. La mutandina era ancora di lato, ridotta a una corda bagnata. I capezzoli spingevano contro il pizzo del reggiseno che si era risalito senza che me ne accorgessi, con un’insistenza che non era più urgenza ma soddisfazione piena. Guardai in alto.
Le stelle, tra le chiome degli alberi, sembravano più vicine che mai. In quella parte del fiume non c’era inquinamento luminoso. Solo cielo nero e punti di luce distribuiti senza ordine, come se qualcuno li avesse lanciati a caso.
Risi. Senza volerlo, senza riuscire a evitarlo. Una risata breve, di sollievo e di qualcosa che non sapevo nominare. Orgoglio? Stupore di me stessa? Forse semplicemente la certezza che c’era qualcosa in me che non sapevo ancora usare, ma che esisteva, era reale ed era mio, completamente mio.
—Nessuno sa quello che faccio quando cala la notte —dissi agli alberi—. Nessuno sa che troia sono.
Nessuno rispose. Ed era esattamente quello che volevo.
Rimasi distesa lì per un bel po’, con gli occhi aperti, lasciando che il corpo tornasse alla sua temperatura normale. In lontananza si sentiva, molto fievole, l’abbaiare di un cane. Il vento mosse i rami sopra la mia testa e per un momento la luna mi colpì in pieno viso. Chiusi gli occhi e la sentii scaldarmi. Con la mano destra mi accarezzai distrattamente il ventre, scesi sul pube e passai la punta di un dito sul clitoride ancora gonfio. Un brivido di piacere post-orgasmo mi attraversò e mi strappò un gemito corto.
Quindi anche questo sono io, pensai. Anche questo fa parte di me. Una troia arrapata che viene da sola nel bosco pensando a cazzi che fanno offerte per la sua figa.
***
Tornai a casa con i vestiti al loro posto e i capelli un po’ sciolti. La mutandina mi si incollava alla figa fradicia a ogni passo, mandandomi piccoli scatti al clitoride che ancora pulsava. Le assi del corridoio scricchiolarono esattamente dove avevano sempre scricchiolato. Mi lavai le mani in bagno senza accendere la luce grande. Annusai le dita prima di metterle sotto l’acqua. Poi mi tirai su la gonna davanti allo specchio, mi abbassai la mutandina fino a metà gamba e mi guardai: la figa gonfia, lucida, con le labbra rosse e divaricate, l’interno delle cosce ancora appiccicoso. Mi passai un asciugamano umido tra le gambe. Mi guardai allo specchio con l’unica luce che entrava dalla strada, quella fascia arancione del lampione che tagliava obliqua la finestra socchiusa.
Riconobbi la ragazza che mi restituiva lo sguardo.
Era la solita di sempre. Gli stessi capelli scuri, gli stessi occhi che abbassava quando qualcuno la guardava troppo, le stesse mani che salutavano educate i vicini. Ma non era più solo questo. Era anche quella che aveva camminato da sola fino al fiume a mezzanotte, quella che aveva sussurrato il proprio nome nel buio con tre dita affondate nella figa, quella che aveva immaginato un’asta e si era fatta venire due volte, la seconda a fiotti, pensando a sé stessa.
Quella seconda persona non era nascosta. Aspettava solo la notte per uscire.
Andai a letto senza mutandine, con le dita ancora calde e l’odore della mia figa sulle punte. Sognai uomini in fila, dietro schermi che brillavano in stanze buie, con i cazzi duri in una mano e le dita sospese sulla tastiera nell’altra, in attesa del momento di rilanciare. Li vedevo dall’alto, come se io fossi ciò che tutti guardavano e nessuno poteva ancora toccare. Serena. Intera. Con la figa intatta. Completamente padrona di ciò che non avevo ancora consegnato.
La mattina mi alzai presto, mi vestii con abiti normali e andai a comprare il pane per mia nonna.
Nessuno vide nulla di diverso in me.
Ma io sì: sentivo qualcosa che si era svegliato tra gli alberi, vicino al fiume, e che non aveva nessuna intenzione di addormentarsi di nuovo.