Il sposato che mi ha dato appuntamento sulla sua terrazza quella notte
Quando mi aprì la porta in mutande e mi disse «in ginocchio, in silenzio», capii che quella notte sarebbe valsa la traversata in Uber fino all’altra parte della città.
Quando mi aprì la porta in mutande e mi disse «in ginocchio, in silenzio», capii che quella notte sarebbe valsa la traversata in Uber fino all’altra parte della città.
Mi ero giurato che saremmo andati solo a guardare. Ma quando quello sconosciuto posò la mano sulla spalla di Eduardo, capii che nemmeno io sarei riuscito a restare fermo.
Pensavo che me lo stessi immaginando, finché non trovai un numero scritto sulla confezione della salviettina che mi aveva dato quando sono sceso dall’aereo.
Sono arrivato a quella festa in costume convinto che sarebbe stata una giornata qualunque con il mio ragazzo. Non immaginavo che sarei finito in ginocchio, a mostrargli ciò che si stava perdendo.
Il telefono squillò ed era lui, che mi offriva una seduta per quel pomeriggio stesso. Dal tono capii che non avremmo parlato solo di massaggi.
Avevo diciannove anni e una voglia impossibile da nascondere. Lui se ne accorse appena mi aprì la porta del suo appartamento, e non potemmo più fingere.
Accettai di salire in una stanza con dodici materassini sul pavimento, senza immaginare che quella mattina non me ne sarei andato con un solo uomo marchiato sulla pelle.
L’allenatore mi guardò dall’altra parte del tavolo e sorrise. Mio padre mi strinse la nuca e sussurrò: «Figlio, faremo tutto il necessario perché tu entri nella squadra».
Lo riconobbi non appena si voltò. Sarebbe stato il mio professore di ginnastica e, al primo tocco delle sue mani sulla mia schiena, capii che quel giorno non finiva lì.
Il parco era vuoto alle nove. Quando apparvero le tre sagome scure in fondo al sentiero, capii che non sarei tornata a casa la stessa persona.
Erano le undici del mattino, il posto era vuoto e il mio collega dormiva. Quando lo vidi entrare dalla porta, capii che quella domenica non sarebbe stata come le altre.
Alle docce dell’istituto sbirciavo sempre di nascosto. Quel pomeriggio, tornando dall’allenamento, Mateo mi fece la domanda che aspettavo da anni.
Volevo solo chiedergli di abbassare il volume del porno. Non avrei mai immaginato che quella discussione sarebbe finita con noi due nel suo letto, senza nulla a separarci.
Arrivai al portone senza sapere se avrei avuto il coraggio di salire. Mi chiamo Esteban, ho 48 anni e sopra mi aspettava una coppia che conoscevo solo dai messaggi.
Dormivo nel suo letto quando avevo paura. La notte in cui lo trovai a piangere per me, capii che ciò che provavo per mio fratello non aveva ritorno.
Sono andato a casa di Sergio solo per guardare la finale. Quando è suonato il fischio finale, una mano mi è affondata tra le natiche e ho capito che il vero piano iniziava lì.
Lo rividi nel corridoio dei vini e lo stomaco mi fece un tuffo. Trent’anni senza saperne nulla e, all’improvviso, un invito al bar cambiava tutto.
Ogni segno che le corde lasciano sulla mia pelle mi porta un po’ più vicino all’abisso. Ma è l’unica cosa che zittisce la sua voce... quella dell’uomo che ho lasciato morire.
Tomás uscì dalla doccia nudo e disse che tanto non avrebbe avuto senso vestirsi, visto che l’avremmo spogliato comunque. Quella notte in baita, nessuno dei quattro pensò a dormire.
Quando tolsero il confinamento, avevo troppo desiderio da sopportare. Uscii di casa deciso a trovare ciò di cui avevo bisogno, senza immaginare che sarebbero stati in tre.