La notte in cui mi sono consegnato nel dark room
Avevo accettato un incontro sull’app tra venti minuti. Non immaginavo che quella stessa notte uno sconosciuto avrebbe deciso per me cosa fare del mio corpo e a chi consegnarlo.
Avevo accettato un incontro sull’app tra venti minuti. Non immaginavo che quella stessa notte uno sconosciuto avrebbe deciso per me cosa fare del mio corpo e a chi consegnarlo.
Ho la faccia da viziosa e tutti lo notano. Nell’ultimo vagone, stretta contro corpi che non conosco, lascio che le mie mani facciano ciò che la mia testa ha già deciso.
Il semaforo era ancora rosso, la sua ultima foto era ancora sul mio schermo e le mie mani avevano smesso di chiedermi permesso. Dovevo solo arrivare a casa. O no.
Spengo la luce, apro il racconto e lascio che la mia mano scenda. Nella mia testa c’è sempre qualcuno nell’angolo della stanza, a guardarmi, in attesa di entrare.
Quella macchia tiepida sul mio vestito cambiò tutto: per la prima volta capii cosa significa desiderare ed essere desiderata, e non volli più tornare indietro.
Mi misero al collo il nastro blu, l’unico diverso dagli altri, e scesi quelle scale sapendo che quei sei uomini avrebbero scoperto ciò che nascondevo.
Marcos mi fece passare per primo, come un gentiluomo dal sorriso storto. Dentro, su alcune tavole, due sconosciuti mi fissavano con la mano già sulla cerniera.
Da settimane mi immaginavo con vestiti da donna. Quella notte mi misi una lingerie rossa di fettucce, scattai una foto e attesi che qualcuno mi scrivesse qualcosa di proibito.
Mi vesto solo quando ho un appuntamento, sempre in una stanza d’albergo, e quella notte lo sconosciuto che mi aspettava non aveva idea di ciò che avrebbe trovato sotto il mio vestito.
Sono tornato dopo vent’anni in una città del sud. Quella notte, in un hotel della zona rossa, due sconosciute decisero che non avrei dormito da solo.
Dopo mezzanotte mi misi i tacchi rossi, aprii il cancello col telecomando e uscii a camminare. Volevo solo sentirmi guardata. Non immaginavo che qualcuno si sarebbe fermato.
Lui mi guardava dal divano mentre mi inginocchiavo davanti allo sconosciuto che avevo scelto al bancone del bar. Era la mia prima notte da puttana.
Sono arrivato alle due di notte con la bocca secca e un solo pensiero in testa: quella sera non avrei posto alcun limite, qualunque cosa accadesse tra i padiglioni.
L’avevo provato prima e avevo sentito solo dolore. Quella notte, in una stanza d’hotel con uno sconosciuto, scoprii quanto mi sbagliavo.
Mi piaceva sentirmi guardata, desiderata, scelta tra tutte. Quella notte un uomo di campagna mi portò via dalla pista e senza ritorno.
Camminai verso il parco succhiando un lecca-lecca, con la gonna così corta che l’aria fresca mi sfiorava, sapendo che chiunque passasse poteva vedermi.
Da dieci minuti mi sbirciava i piedi dalla fermata dell’autobus. Non immaginava che avrei finito per portarlo a casa e metterlo in ginocchio prima di sera.
La seguii in strada convinto che sarebbe stata una notte come tante. Non immaginavo cosa nascondesse sotto quel vestito aderente né fin dove mi avrebbe portato.
Ho aperto la porta appena avvolta in una vestaglia. Quando l’ho visto sul pianerottolo ho capito che quel sabato di febbraio l’avrei ricordato per qualcosa di ben diverso dal caldo.
L’ho visto nello specchietto: sportivo, con un rigonfiamento sotto la lycra, in attesa di un mio segnale. Ho alzato i finestrini e ancora mi chiedo perché.