È andata al club e non è tornata la stessa
Valeria si guardava nello specchietto retrovisore con lentezza deliberata, passando le dita tra i capelli scuri mentre guidavo in silenzio per le strade di Bogotá. Era sabato sera, i primi di marzo, e la città brillava umida dopo la pioggia del pomeriggio. Dentro l’auto l’atmosfera era tesa in un modo che nessuno dei due voleva nominare.
Indossava un vestito rosso che non le avevo mai visto. Stretta dalle spalle fino alle cosce, ne disegnava ogni curva con una precisione che sembrava calcolata. Lo aveva comprato quella settimana. Non me ne parlò finché non scese le scale dell’appartamento con le scarpe in mano e un sorriso che era metà nervosismo, metà qualcos’altro. Sotto non portava il reggiseno; i capezzoli le si disegnavano contro la stoffa ogni volta che respirava a fondo.
—Sei sicura di questo? —le chiesi finalmente.
—Ne abbiamo già parlato, Marcos —rispose. Non era una risposta. Era una chiusura.
Erano mesi che giravamo attorno a quella conversazione. La routine ci aveva intrappolati in un modo che nessuno dei due voleva nominare direttamente: sempre gli stessi orari, le stesse posizioni, lo stesso percorso prevedibile. Valeria aveva cominciato a chiedere cose diverse con una timidezza che era andata svanendo poco a poco. Mi sussurrava fantasie al buio mentre si apriva la figa con due dita e veniva contro la mia mano, raccontandomi che voleva essere guardata da un altro. Io ascoltavo, a volte rispondevo, a volte non sapevo come. Finché un venerdì sera menzionò l’Ámbar Club, un locale privato nel nord della città di cui un’amica aveva parlato con troppo vino addosso, e restammo entrambi in silenzio per un tempo molto significativo.
—Se in qualunque momento vogliamo andarcene, ce ne andiamo —dissi, parcheggiando nel garage sotterraneo.
—Se in qualunque momento vogliamo restare, restiamo —rispose lei mentre apriva la portiera dell’auto.
Camminammo per mezza via sotto la pioggerellina. L’ingresso del club era discreto: una porta nera senza insegna visibile, un buttafuori con l’auricolare che verificò la nostra prenotazione su un tablet. Ci consegnarono dei braccialetti bianchi e ci guidarono verso un guardaroba dove una giovane donna spiegò il regolamento con la stessa intonazione che si usa per indicare le uscite di emergenza su un aereo.
La sala principale era ampia e divisa in zone: un lungo bancone di legno scuro, poltrone basse in pelle, una piccola pista con luce blu. La musica era elettronica e bassa, come un battito costante. C’era gente in lingerie, in biancheria intima, altri senza niente. Su una poltrona vicina una bionda succhiava la cazzo a un tipo con una lentezza quasi cerimoniale, mentre un’altra gli leccava le tette da dietro. Nessuno guardava nessuno con sorpresa. Era un posto dove la sorpresa era proibita per convenzione tacita.
Valeria non si paralizzò entrando. Fu la prima cosa che notai: varcò quella porta, osservò la sala con tranquilla curiosità e il suo corpo intero si rilassò in un modo che quasi non riconobbi. Era il rilassamento di chi arriva in un posto in cui sente di stare bene. Io, invece, le posai una mano sulla schiena e la guidai verso il bar.
Prendemmo due cocktail. Lei bevve il primo più in fretta del solito, con gli occhi che attraversavano la sala in modo metodico. Quando qualcosa la interessava, a tradirla erano le spalle, il mento appena inclinato in avanti.
—Lo vedi? —mi chiese piano.
Seguii il suo sguardo verso il fondo della sala.
Appoggiato a una colonna, con le braccia incrociate, c’era un uomo che sembrava occupare più spazio di quanto gli spettasse. Era alto, con spalle che riempivano qualsiasi inquadratura, la pelle scura che brillava sotto le luci soffuse del club. Indossava solo un paio di pantaloni di lino scuri, e sotto la stoffa gli si vedeva un rigonfiamento grosso e lungo che cadeva sulla coscia sinistra. Non guardava nessuno in particolare. Aspettava con la pazienza di chi sa di non dover cercare.
—Sì —dissi. Una sillaba.
—È molto bello —disse Valeria. Non come una domanda. Poi aggiunse, più piano, quasi per sé—: Guarda cosa ha lì sotto.
L’uomo si chiamava Dante. Lo scoprimmo venti minuti dopo, quando si avvicinò al bar per ordinare qualcosa e i loro sguardi si incontrarono con la naturalezza di un incontro che stava già accadendo prima ancora di accadere.
—Buonasera —disse, rivolto a entrambi—. Prima volta qui, vero?
—Si vede così tanto? —chiese Valeria, e la sua voce suonò più sciolta di quanto mi aspettassi.
—Solo nei primi minuti. Poi si perde. —I suoi occhi tornavano su di lei con una costanza che non cercava di nascondere—. Siete qui per osservare o avete curiosità più specifiche?
—Entrambe le cose —rispose lei—. Non so ancora in che proporzione.
Dante sorrise. Era un sorriso senza urgenza, di chi ha già avuto quella stessa conversazione molte volte e sa con precisione dove porta.
***
L’ora successiva trascorse in un modo che, quando cercai di ricostruirla più tardi, mi costò ordinarla cronologicamente. Valeria e Dante si sistemarono su una delle ampie poltrone laterali. Io li seguii, poi rimasi in piedi, poi accettai un altro cocktail da un vassoio che passava vicino, poi finii seduto in una poltrona accanto a chiacchierare con una coppia sui quarant’anni di una ristrutturazione di casa, come se quello fosse il contesto più normale per una conversazione del genere.
Da lì potevo vederli.
All’inizio Valeria parlava molto. Faceva domande, si sporgeva in avanti, rideva per qualcosa che lui diceva. Il suo linguaggio del corpo era quello di chi si apre in tempo reale. A un certo punto si tolse una scarpa e la lasciò penzolare tra le dita, dondolandola. Era un gesto che conoscevo bene: lo faceva quando si sentiva perfettamente a suo agio in un posto.
Dante ascoltava senza fretta. Le sue mani riposavano sulle sue cosce mentre la lasciava parlare. Quando finalmente posò la mano sulla sua ginocchia, lo fece con la stessa calma con cui lei aveva lasciato la scarpa penzolante: un gesto senza urgenza, senza scuse.
Valeria non ritirò il ginocchio.
Bevvi un altro sorso lungo.
***
La conversazione tra loro si fece via via più bassa, più vicina. A un certo punto Dante disse qualcosa all’orecchio di Valeria e lei chiuse gli occhi per un secondo prima di rispondere. Le sue dita salirono lungo il braccio di lui con lentezza, tastando la consistenza di quella pelle, il volume del muscolo. Non era il gesto di qualcuno che viene trascinato. Era quello di qualcuno che sta scegliendo.
Dante le scostò i capelli dal collo con le dita e le sfiorò la nuca con le labbra. Valeria inclinò la testa da un lato. Il gesto era piccolo ma definitivo, come girare una chiave.
La mano di Dante scese dal ginocchio alla parte interna della coscia di Valeria, e continuò a salire sotto la stoffa rossa con una lentezza che era, di per sé, una dichiarazione. Quando arrivò dove doveva arrivare, la vidi trattenere il fiato per un istante, mordendosi le labbra, e poi lasciarlo uscire con un piccolo tremito. Non portava le mutandine. Lo capii dal modo in cui lui sorrise senza smettere di guardarla, da come cominciò a muovere il braccio con un ritmo appena percettibile sotto il vestito.
—Sei fradicia —le disse, con un tono così basso che dovetti leggergli le labbra più che sentirlo.
—Stai zitto e non smettere —rispose lei con una voce roca che quasi non riconobbi.
Io vidi tutto dalla mia poltrona. La gelosia era lì, affilata e calda, ma sotto c’era qualcosa di più difficile da nominare: una specie di riconoscimento. Valeria, su quella poltrona, accanto a quell’uomo, sembrava esattamente dove voleva stare. Ed era la cosa più difficile da guardare. Sentii il mio cazzo indurirsi contro i pantaloni in un modo quasi offensivo, estraneo alla mia volontà.
Dante abbassò le labbra sul suo collo e le lasciò lì, succhiandole la pelle con la bocca aperta. Le sue mani grandi le scorrevano ai fianchi come se la stessero misurando. Con l’altra mano, ormai libera, le tirò giù la scollatura del vestito finché le scoprì un seno intero, scuro ed eretto, con il capezzolo scuro e duro come un sassolino. Lo leccò piano, girandogli intorno con la lingua prima di prenderlo intero in bocca. Valeria si inarcò contro di lui, gli si aggrappò alla nuca con entrambe le mani e gli premette il viso contro il petto, spingendo il bacino in alto contro le dita che continuavano a lavorarle la figa sotto il vestito.
Il vestito rosso le si era alzato fino alla vita. Chiunque passasse accanto alla poltrona poteva vederle tutto: le cosce divaricate, il pelo nero e curato, le dita scure di Dante che entravano e uscivano con un ritmo diventato osceno.
Venuta lì, davanti alla sala, davanti a me. Lo capii dal modo in cui le si tese il collo, dal gemito roco che lasciò uscire contro la spalla di Dante, dal breve e profondo sussulto dei fianchi. Dante non ritirò la mano finché lei smise di tremare. Quando lo fece, si portò le dita lucide alla bocca e se le succhiò una a una, con gli occhi piantati nei miei per la prima volta in tutta la notte.
***
—Vado un secondo —disse Valeria a Dante, alzandosi in piedi con le gambe ancora molli.
Si tirò il vestito con un gesto automatico e attraversò la sala verso dove mi trovavo. La guardai arrivare. Aveva le guance accese e le labbra leggermente più piene di quando era entrata, come se la notte le avesse già lavorate in qualche modo. Un filo lucido le scendeva ancora lungo la parte interna della coscia.
—Stai bene? —chiese.
—Sto guardando —risposi.
Valeria mi valutò per un secondo. Poi abbassò la voce.
—Hai un preservativo?
La domanda mi cadde sul petto con una precisione che mi lasciò senza parole per alcuni secondi.
—Per chi? —chiesi, anche se sapevo già la risposta.
—Per Dante. I miei sono della tua taglia, Marcos. Lui è diverso.
Seguì un silenzio che si allungò troppo. Pensai di dire di no. Pensai di dire che ce ne saremmo andati. Pensai a molte cose e non ne dissi nessuna. Misi una mano in tasca e tirai fuori due preservativi nei loro involucri di plastica. Li tenni nel palmo aperto, senza dire nulla.
Valeria li guardò. Ne prese uno. Quello più grande.
Quando abbassai lo sguardo vidi che lo teneva tra le dita con una naturalezza che faceva male per quanto era chiara. Lo girò una volta, come a valutarlo.
—Questo va bene —disse semplicemente—. Voglio che me lo scopi bene, Marcos. Non con paura.
—Val… —cominciai.
—Dopo ci siamo, amore. —Mi diede un rapido bacio sulla guancia e si stava già voltando—. Non tardare a ordinare qualcosa.
Tornò da Dante camminando con il preservativo in mano. I suoi tacchi risuonavano sul pavimento con un ritmo regolare. Io rimasi con l’altro preservativo ancora nel palmo, immobile, ascoltandola allontanarsi.
***
Dal bancone, con il terzo cocktail che appena toccavo, ebbi una visione perfetta di ciò che accadde dopo.
Valeria arrivò alla poltrona e disse qualcosa all’orecchio di Dante. Lui abbassò lo sguardo sul preservativo, sorrise e la attirò a sé con un braccio. Valeria si lasciò cadere sulle sue ginocchia senza resistenza, con le gambe ai lati, il vestito che risaliva fino alle cosce. Le sue mani salirono sul petto di lui con quella nuova attenzione che l’avevo vista svilupparsi nell’ultima ora. Gli abbassò la chiusura dei pantaloni di lino con una precisione che non esitò neppure per un secondo.
Quando il cazzo di Dante uscì all’aria, sentii senza sentire il piccolo gemito che sfuggì a Valeria. Era davvero grande: grosso, scuro, pulsante sotto la luce azzurrina del club. Lei lo circondò con la mano e non riuscì a chiudere le dita attorno. Lo misurò per un momento, passando il pollice sulla punta già lucida di liquido, poi abbassò la testa senza altri preamboli e se lo mise intero in bocca, fino a dove riuscì, strozzandosi un po’ a metà strada.
Gli fece un pompino piano all’inizio, con le labbra rosse tese attorno al cazzo nero, su e giù con una devozione che non le conoscevo. Dante le mise una mano sulla nuca e le segnò il ritmo, costringendola a scendere di più, ad aprirsi di più la gola. Valeria lasciava colare fili di saliva dagli angoli della bocca e non si staccava. Al contrario: ogni volta che lui le lasciava prendere fiato, lei tornava da sola, affamata, con le tette fuori dal vestito e gli occhi velati.
L’intera scena durò diversi minuti. Non distolsi gli occhi nemmeno una volta. Potevo vedere perfettamente come la mano libera di Valeria gli accarezzasse i grossi testicoli che gli pendevano tra le gambe, come ruotasse il polso ogni volta che risaliva lungo il tronco. Quando Dante la sollevò da sotto le braccia e la rimise sulle sue ginocchia, dovette aiutarla a sistemarsi: le strappò il vestito di lato senza preoccuparsi della stoffa, le afferrò il culo con entrambe le mani e la fece scendere su di lui con la lentezza di chi sa che entrerà bene.
Il preservativo era già indossato. Lei lo aveva srotolato e infilato con la bocca; l’avevo visto. E ora si apriva la propria figa con le dita per accoglierlo, guidandosi la punta contro l’ingresso, mordendosi il labbro inferiore mentre Dante la infilzava centimetro dopo centimetro. La prima discesa le strappò un gemito lungo che si udì sopra la musica elettronica. Intorno alla poltrona, altri clienti si voltarono a guardare. Nessuno intervenne. Nessuno distolse lo sguardo.
Quando lo ebbe tutto dentro, Dante le afferrò la vita con entrambe le mani e la fece cavalcarlo. Valeria gettò la testa all’indietro, con i capelli che le cadevano sulla schiena, e cominciò a muoversi sopra di lui con un ritmo che non esitava. Le tette le sobbalzavano a ogni discesa. Il culo le si apriva e le si chiudeva contro le sue cosce con uno schiocco umido. Io sentivo il suono persino dal bancone. Sentivo anche quei «sì, così, più dentro, vienimi dentro» che gli diceva all’orecchio quando si chinava, parole che in cinque anni di convivenza non mi aveva mai detto.
C’era qualcosa nella scena che mi lasciava senza capacità di reazione. Non era solo gelosia, anche se la gelosia c’era ed era reale. Era anche qualcosa di più simile al capogiro: Valeria, sopra quell’uomo, era qualcuno di più sciolto, più se stessa in un modo che io non avevo saputo provocare. Il modo in cui si muoveva su di lui non era quello di chi cede. Era quello di chi, finalmente, fa ciò che vuole.
A un certo punto Dante alzò lo sguardo verso di me. I suoi occhi scuri incontrarono i miei attraverso la sala. Non fu una provocazione né un segno di vittoria. Solo un riconoscimento: so che stai guardando. E continuò con quello che stava facendo. Girò Valeria sulla poltrona, la mise in ginocchio rivolta verso di me, le afferrò i capelli con una mano e il culo con l’altra, e tornò a penetrarla da dietro con una spinta secca che la fece gridare. Lei mi guardava dritto adesso, con la bocca aperta, con le tette che penzolavano e si dondolavano al ritmo dei colpi che lui le dava da dietro. Mi guardava e non distoglieva gli occhi. E io neppure.
Quando finalmente la sollevò dalla poltrona e la portò per mano verso le scale del secondo piano, lei aveva ancora il vestito fatto a brandelli all’altezza della vita e le natiche rosse per le sculacciate. Non cercò nemmeno di coprirsi. Salì con lui, scalza, senza voltarsi a cercarmi.
***
Valeria scese dal secondo piano quaranta minuti dopo, scalza, le scarpe appese a una mano e i capelli sciolti sulle spalle. Aveva il collo pieno di segni rossi, la pelle del petto ancora macchiata, le cosce lucide. Si sedette accanto a me al bancone e chiese dell’acqua senza dire prima nulla. Bevemmo in silenzio per un momento che non era del tutto scomodo ma nemmeno facile. Era il silenzio di due persone che sanno di aver appena attraversato qualcosa e che non hanno ancora deciso come chiamarlo.
—Ce ne andiamo? —disse dopo un po’.
—Quando vuoi.
Uscimmo nella notte di Bogotá. Camminammo fino al garage senza fretta. Quando trovai le chiavi rimasi fermo un momento con la mano sulla portiera dell’auto, senza aprirla ancora.
—Che cosa è successo esattamente? —chiesi, senza voltare la testa.
Valeria pensò prima di rispondere.
—Quello che hai visto —disse—. E quello che hai immaginato mentre non potevi vedere.
—Raccontamelo.
Lei mi guardò per un lungo secondo. Poi parlò molto piano, con la portiera dell’auto ancora chiusa tra noi.
—Mi ha portata in una stanza con un grande specchio. Mi ha strappato quel che restava del vestito. Mi ha messa in ginocchio sul pavimento e me l’ha fatto succhiare fino a farmi quasi soffocare. Poi mi ha stesa sul letto a pancia in su, mi ha aperto le gambe e mi ha mangiato la figa fino a farmi venire due volte di fila. —Si passò la lingua sulle labbra, molto lentamente—. Quando mi ha penetrata di nuovo è stato da dietro. Tu non mi hai mai dato nel culo, Marcos. Lui sì. Me l’ha fatto piano e poi forte, e sono venuta anche così, con due dita sue in bocca. È venuto nel preservativo mentre mi teneva per i capelli. Dopo mi ha chiesto il permesso di rifarlo e io ho detto di sì.
Aprii la portiera dell’auto senza rispondere. Avevo di nuovo il cazzo duro, dolorosamente.
***
Nel tragitto di ritorno non mettemmo musica. Le luci della città scorrevano sui finestrini in raffiche intermittenti e Valeria guardava fuori con un’espressione che non seppi leggere del tutto. Sembrava tranquilla. Sembrava qualcuno che ha risolto qualcosa che da tempo non riusciva a risolvere.
La cosa che mi costava di più non era l’immagine di lei sopra Dante, anche se quell’immagine restava lì, nitida e ripetitiva. La cosa che mi costava di più era la facilità con cui aveva preso quel preservativo dalla mia mano. Senza crudeltà, senza esitazione. Con la naturalezza di chi aveva già preso la decisione prima ancora di chiedere.
Da quanto tempo avesse preso quella decisione era ciò che non riuscivo a smettere di chiedermi.
—Vuoi che ne parliamo? —dissi quando parcheggiammo davanti al palazzo.
—Sì —rispose—. Ma non stanotte.
Salimmo in ascensore in silenzio. Valeria appoggiò la testa sulla mia spalla con una stanchezza autentica. Non era affetto di scuse né di consolazione. Era semplicemente questo: il peso di un corpo che conosce le proprie posizioni. In ascensore, senza dire nulla, mi prese la mano e se la infilò tra le gambe sotto il vestito strappato. Era ancora fradicia, gonfia, calda come se fosse appena uscita dalla poltrona di Dante. Mi lasciò le dita lì finché non arrivammo al nostro piano.
Quando entrammo nell’appartamento, tutto era esattamente come l’avevamo lasciato. La tazza del caffè del mattino nello scolapiatti. Le sue chiavi al solito gancio. Lo stesso appartamento di sempre.
Eppure niente era più lo stesso.
Rimasi in salotto mentre Valeria spariva lungo il corridoio. Sentii scorrere l’acqua del bagno. Mi sedetti sul divano e rimasi a guardare il soffitto per un tempo lungo, con quell’immagine che continuava a girare: lei, il preservativo, la mano di Dante sulla sua vita, i suoi occhi socchiusi, il cazzo nero che entrava e usciva dalla sua figa zuppa, la bocca di lui sul suo collo mentre le diceva di venire di nuovo.
Non era solo dolore quello che sentivo. C’era anche qualcos’altro, più difficile da ammettere: che quella notte avevo visto Valeria essere esattamente chi voleva essere. Senza filtri, senza riguardi, senza il peso di ciò che io mi aspettavo da lei.
E quello, pensai mentre l’acqua del bagno si spegneva, era ciò che avrei impiegato più tempo a capire.