La fantasia che mi confessò quella notte la mia matrigna
Arrivarono a casa abbastanza peggio di come erano usciti. La passeggiata per schiarirsi le idee non era servita a niente; l’alcol continuava a salire. Adrián quasi dovette portare Nuria fino alla camera, dove lei crollò sul letto senza forze. La guardò da capo a piedi e, per un istante, invidiò la fortuna di suo padre.
Esitò. Fu tentato di restare, ma alla fine se ne andò nella sua stanza così com’era entrato, con il cazzo stretto contro i pantaloni. Chiuse la porta, si spogliò e si infilò sotto le lenzuola. Ce l’aveva duro, come ogni notte, ma era troppo ubriaco per la sega che aveva in mente. La rimandò al giorno dopo.
Ti stai ammorbidendo, Adrián. Vediamo se questa donna non ti sta facendo diventare scemo.
***
Non riusciva a prendere sonno, e non era per l’erezione che gli tendeva la biancheria intima. Neanche per mancanza di sonno. Alla quinta volta che cambiò posizione, sentì la porta aprirsi piano.
Non seppe perché lo fece, ma rimase immobile, con gli occhi socchiusi, fingendo di dormire.
La sagoma di Nuria si stagliava in controluce. Indossava una camicia da notte corta che lasciava vedere il profilo intero delle sue gambe contro la luce che entrava dal corridoio. Adrián deglutì senza fare rumore. Lei avanzò, passo dopo passo, fino a fermarsi accanto al letto. Il suo respiro era pesante, diverso dal suo, che appena osava prendere aria.
—So che sei sveglio.
Ci mise un po’ a muoversi, ma alla fine si sollevò su un gomito. Nuria fece un passo indietro e si inclinò leggermente. Le mani sparirono sotto la camicia da notte, i pollici agganciarono i lati del capo, e lei se la sfilò con calma fino a farla scivolare via dai piedi.
—Volevo solo darteli. Come premio per questa bella serata che mi hai fatto passare. Nemmeno io sapevo quanto mi servisse. Goditeli.
Lasciò il tessuto sul comodino ed uscì come era entrata, in silenzio assoluto. Poi solo il fruscio della porta che si chiudeva e, pochi secondi dopo, quella della sua stanza. Adrián accese la lampada e prese le mutandine con un sorriso storto.
Adesso sì che me la faccio, cazzo.
Erano le stesse che aveva portato durante la cena, mentre ballavano, mentre tornavano a casa parlando di suo padre con lei appesa al suo braccio. Se le portò al viso e inspirò a fondo, piano, come chi non vuole perdersi niente. L’odore gli entrò dritto nel cervello: figa di donna calda, sudore da ballo, una scia dolce di profumo mescolata all’aroma inconfondibile di una femmina che aveva passato ore bagnata senza prendersi una tregua. Il cazzo gli diede uno strappo sotto il lenzuolo, gli sobbalzò contro l’ombelico come se avesse vita propria.
Poi le esaminò con calma, passandoci sopra con i polpastrelli, cercando di indovinare quale piega avesse toccato ogni parte. Non erano mutandine qualunque, da lavoro. Erano di pizzo fine, con trasparenze che lasciavano intendere troppo. Passò il dito sulla parte interna e il suo sorriso cambiò, diventò quello di un lupo. Il pizzo era fradicio, una macchia scura e appiccicosa all’altezza dell’inguine che si allungava fra le sue dita come un filo. Il tessuto brillava per quanto fluido aveva addosso, così carico che quasi colava.
Stronza.
Scostò le lenzuola con un calcio. Il cazzo gli si alzava duro contro la pancia, pulsante, con la punta già perlata da un grosso gocciolone di liquido. Si sputò sul palmo, si afferrò il cazzo alla base e lo avvolse con la mano sinistra dall’alto in basso, stringendo forte. Con la destra si portò le mutandine al naso e inspirò di nuovo, e ancora, fino a riempirsi i polmoni dell’odore di Nuria. Ogni boccata gli mandava una scossa alla punta.
Si fece uscire il cappuccio dal prepuzio col pollice e trascinò la parte bagnata del pizzo proprio sulla testa, strofinando il suo fluido contro la carne più sensibile. La sensazione gli strappò un gemito rauco che dovette soffocare mordendosi il labbro. Avvolse le mutandine intorno al cazzo, stringendole contro il glande, e cominciò a menarselo con il tessuto in mezzo, sentendo come il pizzo bagnato gli graffiava e si incollava allo stesso tempo, come se fosse lei stessa a masturbarlo.
Eri eccitata, matrigna. Stavi colando.
Si riportò l’inguine alla bocca e tirò fuori la lingua. La passò sulla scia salata, succhiando il tessuto fino a strappargli via tutto il sapore. Amaro, denso, brutale. Chiuse gli occhi e se la immaginò spalancare le gambe sopra di lui, guidargli il viso finché non glielo affondava nella fica. Cominciò a martellarselo più in fretta, stringendo il cazzo con entrambe le mani, il tessuto avvolto come un pugno di donna. I testicoli gli si tendevano già contro il corpo, salivano, e le gambe gli tremavano con quella vibrazione da preludio.
Resistette finché poté. Quando venne lo fece nelle mutandine, sparando dentro il pizzo schizzo dopo schizzo, uno sperma denso che impregnò il tessuto fino a trapassarlo e gli sporcò le dita. Rimase ansimante, con il cazzo ancora duro, muovendoselo piano per spremere l’ultima goccia. Poi si portò le mutandine al viso, ora doppie: il suo fluido mescolato al suo, tutto rimestato nello stesso tessuto. Rise da solo.
Adesso siamo in due.
Il cazzo non gli si sgonfiò. Né con l’orgasmo, né con i due minuti di calma che si concesse. Al contrario, si gonfiò di nuovo, più ostinato, pulsando, come se l’odore di Nuria gli avesse svegliato una fame impossibile da saziare. Serrò i denti, si alzò nudo dal letto con il cazzo puntato al soffitto, e uscì nel corridoio.
***
La porta della camera di Nuria si aprì con lo stesso silenzio con cui lei era entrata nella sua. Dentro c’era una luce tenue, quel tanto che bastava. Nuria sobbalzò sotto le coperte nel vederlo infilarsi come un ladro.
—Ah, Adrián, cazzo, che spavento!
—Tranquilla —sussurrò—. Sono venuto a restituirti il favore. Così dormi di colpo. Tu aiuti me, io aiuto te, lo sai.
—Stasera non serve. Sono stanchissima e, con la sbronza che ho, crollo subito.
—Non mi costa niente. Lo faccio volentieri.
—No, davvero. Ti dico di no.
—Dai, che lo desideri.
—Te lo dico sul serio. Stanotte, no.
Non aveva smesso di avvicinarsi. Arrivato al letto sollevò le coperte e si infilò dentro. Nuria si spostò verso il suo lato con uno scatto. Lui, invece, sorrise da un orecchio all’altro appena percepì qualcosa che riconobbe all’istante.
—O ti faccio una sega e ti restituisco il favore dell’altro giorno.
—Cosa? Ma neanche per sogno.
—È quello che stavi facendo, no? Allora te la finisco io. Chiudi gli occhi e rilassati, al resto penso io.
—Ma che stai dicendo, pagliaccio?
—Con me non attacca. Qui dentro puzza di sesso da far paura. Si sente appena alzi le lenzuola. Ti stavi toccando come una lupa.
—Puzza perché… perché non ho le mutandine, idiota. Te le ho appena date e mi sono infilata nel letto senza nulla addosso.
—Ma figurati. Puzza di femmina perché sei eccitata. E non dire che non hai lasciato le mutandine che mi hai dato. Era da un bel po’ che eri arrapata.
—Stai zitto. Stai zitto!
—Ti si legge in faccia da lontano —sibilò—. Volevi che ce la menassimo allo stesso tempo, ognuno pensando all’altro, come se scopassimo insieme. Per questo sei entrata a darmi le mutandine, per assicurarti che anche io me la tirassi pensando a te. E ti capisco. Fantastichiamo entrambi sull’altro. Un gioco perverso solo nostro. Insieme, ma separati.
—Sei davvero fuori. Non dovevi bere così tanto.
—Mi stai dicendo che non è vero?
All’improvviso le si lanciò addosso e le ficcò le dita nella pancia e nei fianchi. Nuria scoppiò a ridere urlando e iniziò a contorcersi, cercando di liberarsi dalle sue mani.
—Ammettilo —insisteva lui senza tregua—. Dimmi che ti eccita toccarci allo stesso tempo.
—Basta! Basta, per favore —le mancava il fiato, le suppliche ridotte a un groviglio di parole sconnesse—. Me la faccio addosso… idiota… vattene… il mio letto… per faaavore.
Adrián rideva con lei senza concederle un secondo di respiro. Quando finalmente si fermò, Nuria si scostò come se avesse la peste, sistemando le coperte, con i capelli spettinati che le coprivano metà faccia.
—Adrián, cazzo! Sei un idiota.
Era furiosa, ma lui la prendeva a scherzo, sorridendo come un bambino monello. Eppure, gli sembrava bellissima.
—Scusa. È che mi piace un sacco vederti ridere.
—Beh, non c’è proprio niente da ridere. Sono stata malissimo. —Si spostò i capelli dal viso e li buttò indietro—. E ho quasi soffocato. Idiota.
Nonostante il rimprovero, lui continuava a sorridere. Finché non scoprì qualcosa, un bagliore blu tra le lenzuola arruffate.
Lo prese e lo sollevò. Era un oggetto grosso e allungato. I due lo guardavano con attenzione. La faccia di Nuria passò dal panico al rosso acceso in un secondo.
—Dammi quello! —ruggì, strappandoglielo di mano con uno schiaffo.
Lo stupore di Adrián si trasformò in pura euforia, come quella di chi trova un tesoro nascosto, fino a scoppiargli in una risata.
—Ti stavi facendo una sega con un dildo. Sei una bugiarda, e dicevi di no.
Nuria, rossa come un pomodoro, lo nascose nel cassetto del comodino e lo chiuse con uno schiocco. Il dildo brillava, fradicio, con filamenti grossi di fluido che gli colavano lungo il silicone blu. Si vedeva da lontano che se l’era infilato fino in fondo e che andava avanti da un bel po’ a usarlo prima che Adrián comparisse.
—Ti ho detto che non volevo che ti mettessi con me, cazzo!
Si voltò e si sdraiò supina, chiudendo lì la conversazione. Adrián si appoggiò sul gomito e rimase a guardarla.
—Dovrei essere io?
—Vai a farti fottere.
—Sul serio. Lo usavi pensando a me, quindi dovevo essere io. Un po’ piccolo, no?
—Tornatene nel tuo letto, Adrián. Lasciami in pace.
—Con quanto si dorme bene qui? Lasciami restare.
Non rispose, ostinata a non seguirlo nel gioco.
—Una curiosità… te la menavi piano o più da bestia?
Silenzio.
—Dai, raccontami come immagini che scopiamo.
—Basta, Adrián. Basta! Vai in camera tua o resta a dormire, ma smettila una volta per tutte.
Il ragazzo si fermò di colpo e non riaprì bocca. Dopo qualche secondo di esitazione, appoggiò la testa sul cuscino e le si avvicinò da dietro, senza toccarla, lasciando un palmo di distanza tra loro.
***
Alzò la mano per accarezzarle la spalla, ma ci ripensò e la appoggiò sotto la propria guancia. L’odore dei suoi capelli gli arrivava con chiarezza. Solo il suo respiro, ancora agitato, rompeva la quiete della penombra. Fu lei a spezzare il silenzio.
—Non sono di pietra.
—Lo so.
—E sono sola da un sacco di tempo. Anch’io ho i miei bisogni.
—Lo so. E lo capisco.
—Tu, almeno, hai Lucía.
—È vero. E tu non hai nessuno. Non è giusto.
—Appunto. Anch’io ho diritto a…
—Nuria, non ti rimprovero niente. Certo che hai il diritto di goderti il tuo corpo. Tanto più se mio padre non è qui a farlo per te.
Di nuovo il silenzio, ma stavolta arrivò con un po’ di calma. Lui si passò le mani tra i capelli e smosse le coperte; lei le sistemò per coprirsi meglio.
—E poi è solo una fantasia, cazzo. Ognuno può immaginare quello che gli pare finché non fa male a nessuno, no? Ecco, facevo questo, e basta.
—Esatto. Puoi sognare quello che vuoi, e per me va bene. Ci mancherebbe, dopo quello che faccio io ogni notte con le tue mutandine.
La calma tornò nella stanza. Adrián fu tentato di stringersi a lei come ogni notte, ma preferì restare fermo. Il respiro di Nuria non si era ancora del tutto placato.
—E non stavo fantasticherando su di te.
Adrián si sollevò su un gomito. La conversazione era appena diventata molto più interessante. Lei si rese conto tardi che quel commento era di troppo. Adesso lui aspettava il nome del fortunato, e poteva quasi sentire il suo sorriso da lupo in attesa di carne fresca.
Nuria finì per girarsi supina, lasciò uscire un lungo sospiro, già pentita in anticipo di quello che stava per dire.
—Quel cazzo di Bruno mi ha messo a mille. Com’è bello, quel pezzo di merda.
Adrián sorrideva nel vedere sciogliersi la donna di ghiaccio. Non immaginava che potesse bruciare così per uno che aveva appena conosciuto. A lui succedeva lo stesso, ma ogni giorno, ogni volta che vedeva un bel paio di tette.
—Non hai notato come si vedeva il pacco? —insisteva lei—. Io credo che avesse già un’erezione. O altrimenti, vedi tu che roba si porta sotto quel tizio. E dice che è produttore. Produttore di cosa? Perché non me l’ha mica chiarito, anche se me lo immagino bene da che parte tira il vento.
Si portò le mani alle tempie e cominciò a massaggiarsele con tutte le dita.
—Da tutto il tragitto me lo sono immaginato lì, a martellare, nudo davanti a una telecamera, con tutto il set.
Lo guardò per la prima volta con gli occhi arrossati dall’alcol che le scorreva ancora nelle vene.
—Il fatto di darti le mutandine prima di andare a dormire non c’entra niente. È stata una coincidenza. Mi andava di dartele e basta.
Adrián distolse lo sguardo.
—Scusa per aver tratto la conclusione sbagliata. —Le sfiorò la spalla con i polpastrelli, in segno di pace—. E per il dildo… non volevo prenderti in giro.
—Sembrava proprio di sì.
—Non era quello. Mi ha fatto piacere vedere che sei di carne e ossa. Come se la donna più impressionante del mondo scendesse dal piedistallo e si rivelasse capace di sentire quello che sento io. Mi piace poter parlare di queste cose con te.
Nuria fece una smorfia, sopraffatta.
—Non è facile mostrare quella parte di sé. E io meno di chiunque altro. Ho ancora una vergogna assurda.
Si coprì il viso con le mani e lasciò sfuggire una risata nervosa. Quando le tolse, era di nuovo rossa, come una bambina colta sul fatto. Il sorriso di Adrián, di pura complicità, diceva tutto.
—Facciamo così —disse lui dopo un po’—. Ti lascio tranquilla e torno in camera mia. Tra Lucía, che mi sta sfinendo, l’università e quello che ho bevuto oggi, non sto in piedi.
—Non andare via. —Lo disse quando lui fece per scostare le coperte—. Per favore. Ormai il momento è passato, e non voglio dormire da sola.
Adrián annuì e accettò il tacito accordo di ogni notte. Nuria gli accarezzò la guancia prima di voltarsi. Lui finalmente si strinse alla sua schiena, cingendole le spalle con il braccio che lei strinse contro il petto.
La calma arrivò finalmente nella stanza. Ben presto le pulsazioni di entrambi batterono al ritmo del silenzio.
—Quello che non riesco a capire —sussurrò lui contro la sua nuca dopo un po’— è perché sei finita con mio padre e non con uno come Bruno.
—Te l’ho già detto —rispose con la voce un po’ assonnata—. Ho scelto la sicurezza di un uomo buono. I tipi come Bruno non sono fatti per donne come me.
—Perché?
—Perché quelli non si legano mai a una sola. La fedeltà non ce l’hanno nel sangue.
Adrián aggrottò la fronte. Anche lui era uno di “quei tipi” e, eppure, era legato a Lucía, disposto a tutto pur di tenerla al suo fianco. Che fantasticasse di scopare con Nuria era un’altra cosa; il sesso con lei non aveva niente a che vedere con l’amore.
—Io penso di sì, che si leghino. Solo che dev’essere la ragazza giusta.
Nuria sorrise tra sé.
—In tutta la mia vita ho conosciuto solo una donna capace di legare un uomo così, di metterlo in ginocchio. E ti assicuro che era molto, molto speciale.
—Più di te?
—Molto più di me —rise—. E, nonostante tutto, finì anche lei per scegliere qualcuno di anonimo che le desse sicurezza, invece che fascinazione.
Adrián rimase pensieroso, rimuginando su ogni dettaglio, fino a intuire che parlava di qualcuno della famiglia, una donna che conosceva bene.
—Insomma, per evitarti rogne, tieni lontani i tipi come Bruno.
—Esatto. E l’unico posto dove lo lascio entrare è qui dentro —disse toccandosi la tempia.
—Beh, e, ehm, metaforicamente, in un altro posto azzurro.
Nuria nascose il viso nel cuscino, ridendo imbarazzata per un segreto che il suo figliastro non avrebbe dimenticato mai.
—Cazzo, Adrián, non me lo dire peggio, che sto già abbastanza male. —Si passò le dita tra i capelli per rinfrescarsi dall’imbarazzo—. Da oggi in poi, ogni volta che ti guarderò, morirò di vergogna.
—Con me? Con tutto quello che sai di me? Le tue mutandine, i miei video con Lucía… Per non parlare del mio problema a resistere.
Visto in confronto, il suo non sembrava più così grave.
—In più, resta tra noi due. E ti giuro —abbassò la voce per sembrare più sincero— che mi fa impazzire condividere questi segreti. Sei la mia migliore amica!
Nuria piegò la bocca da un lato, colpita nell’anima dalle sue parole e dal sollievo di trovare in lui la fiducia di cui aveva bisogno. Ciò che per lei era stato un dramma li aveva appena uniti un po’ di più.
—Senti —sussurrò lui approfittando del momento dolce dell’intimità condivisa—. Qual era la fantasia che avevi con Bruno?
—Uff, tesoro, è troppo personale. No, no, mi vergogno troppo.
—Dai, per favore. Tu sai tutto di me —implorò—. Raccontami qualcosa di tuo. Fammi stare un po’ più vicino a te.
Nuria tacque, combattuta tra il condividere il segreto con il ragazzo o mantenere la sua figura di donna impenetrabile. Strinse la mano di lui contro di sé con più forza, come se cercasse un appiglio.
—Se è una cazzata.
—Come tutte le fantasie.
—Sì, ma è molto nerd. Una cosa assurda totale.
—Meglio. Quelle sono le più belle.
—È che poi ridi.
Lui appoggiò la fronte alla sua nuca e sussurrò con aria sincera.
—Ti giuro che è l’ultima cosa che farei con una tua fantasia.
Alla fine cedette ad aprirsi.
—Beh… immaginavo che, quando sei andato in bagno e mi hai lasciata sola, lui mi trascinava fuori dalla pista tirandomi per la mano. Senza chiedere permesso, senza delicatezza. Obbligandomi a seguirlo, inciampando per non cadere.
—Arrivavamo ai bagni e ci saltavamo tutta la fila, tra le proteste della gente, e andavamo in quello delle donne. Tutti i cubicoli erano occupati da coppie che scopavano. Bruno apriva il più vicino di strappo, tirava fuori il tizio a forza e lo lanciava contro la coda con una spinta.
—Poi mi spingeva dentro, dove c’era l’altra, che era una meraviglia, e le diceva: «spostati». Mi metteva al suo posto. Lei mi guardava con disgusto, ma non fiatava e usciva con le mutandine a metà coscia, cercando di tirarsele su come poteva.
—A me non le toglieva dai piedi. Me le strappava a pezzi, le strappava in strisce. E poi… —chiuse gli occhi e lasciò uscire un lungo sospiro, rivivendo quello che sentiva solo a ricordarlo.
Mi gira e mi sbatte contro la parete del cubicolo, la guancia premuta sulle piastrelle fredde, il culo all’indietro. Mi alza il vestito di strappo fino alla vita. Si tira fuori il cazzo e io lo sento sbattere contro il suo stesso ventre prima ancora di vederlo. Quando finalmente abbasso lo sguardo tra le mie gambe, resto senza fiato. Ce l’ha mostruoso. Grosso come il mio polso, lungo fino all’ombelico, con le vene marcate e il glande viola, fradicio, che cola. Non so come farà a entrarmi. Non so se voglio che entri.
Mi sputa nella figa dall’alto. Uno sputo denso che mi scivola tra le natiche e mi arriva fino al clitoride. Poi si abbassa, mi apre le carni con due dita e mi infila la lingua intera con una spinta, succhiandomi dal culo al glande, su e giù, come un animale. Mi succhia il fluido a colpi di lingua, mi morde le labbra della vulva, mi lecca l’ano senza nessuna vergogna. Io urlo e mi aggrappo a quello che posso, con le gambe che tremano.
Si rialza. Mi afferra per i capelli, mi tira indietro la testa e mi obbliga a inginocchiarmi. «Succhiamelo, troia». E me lo ficca in bocca senza aspettare risposta. Me lo pianta fino in fondo, fino alla gola, fino a farmi piangere e sbavare. Lo tira fuori e me lo rimette dentro, scopandomi la bocca a colpi di bacino, mentre io lo guardo dal basso con le guance gonfie e un filo di saliva che mi pende fino alle tette. Ho la nausea e non me ne importa un cazzo. Gliene chiedo ancora con gli occhi.
Quando mi rimette in piedi e mi spinge contro il muro, non resisto più. Gli imploro di mettermelo dentro. Lui ride. Me lo piazza all’ingresso, mi passa la punta sulle labbra della figa, me lo fa entrare di un centimetro e me lo tira fuori. Di nuovo. E ancora. Finché io non spingo il culo all’indietro per infilarmelo da sola. Allora mi afferra per i fianchi e me lo sbatte dentro di un colpo, fino in fondo, fino a spaccarmi dentro. Urlo così forte che mi bruciano i polmoni.
Il suo cazzo è enorme, e grosso. Me lo mette dentro piano, molto piano, fino in fondo. E quando arriva alla fine, spinge con un colpo di bacino, e poi un altro, e un altro, mentre io gli avvolgo la vita con le gambe e la mia testa sbatte contro il legno del divisorio a ogni spinta. Bum, bum, bum.
Mi scopa come se mi odiasse. Come se volesse spezzarmi in due. Ogni spinta è una frustata, un urto di fianchi contro il mio culo che risuona in tutto il bagno. Le tette mi rimbalzano libere, urtandosi tra loro, e lui me le afferra da dietro, torcendomele, tirandomi i capezzoli fino a farmi ululare. Mi morde la spalla, la nuca, mi succhia il sudore dal collo. Io sto colando dentro e fuori, una pozza di fluido mescolato alla sua saliva che mi scorre lungo le cosce fino alle calze.
Quelli del cubicolo accanto si affacciano sopra. Lui mi apre il vestito con uno strappo, rompendo la parte davanti, e le mie tette saltano fuori davanti a tutti, sobbalzando a ogni spinta. La gente comincia ad ammucchiarsi in cerchio. Le donne non dicono niente, guardano soltanto e si mordono il labbro, eccitate; gli uomini lo insultano, lo chiamano figlio di puttana, bastardo, gran figlio di puttana. In realtà muoiono d’invidia.
Uno allunga il braccio e mi palpeggia un seno, senza alcuna delicatezza. Io non faccio niente. Gli altri si fanno coraggio, vogliono anche loro la loro parte, e all’improvviso ci sono un mucchio di mani dappertutto sul mio corpo, sul culo, tra le gambe, che infilano il dito. Uno mi apre le natiche e mi sputa sull’ano. Un altro mi infila due dita davanti insieme al cazzo di Bruno, allargandomi, e sento lo stiramento, il bruciore, e vengo per la prima volta con un tremito che mi lascia le gambe di pezza. Qualcuno mi infila il cazzo in bocca di lato, spingendomelo contro la guancia, e io lo succhio senza pensare, strozzandomi, mentre Bruno continua a distruggermi da dietro.
Bruno assesta una gomitata in piena faccia a uno e lo manda all’indietro, trascinando con sé diversi altri. La cosa si mette male, e lui distribuisce colpi alla cieca mentre gli altri cercano di allontanarlo per prendersi me.
Nuria fece una pausa troppo lunga, rivivendo ogni momento, ogni pugno.
—Gomitata, pugni, colpi in faccia… —Un’altra pausa—. E lui senza smettere di scoparmi nemmeno per un secondo, come un martello. —Sospirò—. Mentre io vengo urlando.
Mi tira fuori il cazzo e mi gira. Mi solleva di peso, mi sbatte contro la porta del cubicolo e me lo rimette dentro di colpo. Adesso mi scopa da davanti, faccia a faccia, guardandomi negli occhi, con le mani che mi stringono il culo, aprendomelo. Io gli mordo il labbro, glielo succhio, gli sbavo in bocca. Gli pianto le unghie nella schiena fino a farlo sanguinare. Gli imploro di riempirmi di sperma, di scoparmi dentro, di lasciarmi incinta lì stesso davanti a tutti.
E lui lo fa. Ruggisce come una bestia, mi pianta i fianchi fino all’osso, e sento il getto dentro, caldo, lunghissimo, come se non dovesse finire mai. Mi riempie completamente e continua a uscire, traboccando ai lati, colandomi fino al culo, cadendo sul pavimento. Vengo con lui, aggrappata al suo collo, gridando il suo nome. E quando finalmente mi mette giù, con le gambe tremanti e la figa spalancata che gocciola sperma, la gente continua ancora a guardare, ad applaudire, a menarselo.
A quel punto il suo respiro era diventato affannoso e il corpo le bruciava con un calore improprio per la notte. Ma non era quella la ragione per cui era rimasta zitta.
Anche Adrián non disse nulla. Sentì contro il suo braccio il cuore di lei, impazzito, e capì che quel silenzio non era una fine, ma una domanda che nessuno dei due osava formulare ad alta voce. Chiuse gli occhi, inspirò l’odore dei suoi capelli e rimase immobile, in attesa, con la certezza che la stanza accanto non sarebbe mai più sembrata così lontana.