Salta al contenuto
Relatos Ardientes

Quello che il vecchio dell’officina mi ha chiesto per il video

Mi chiamo Marisol e ho ventuno anni. Sono bassa, con la vita stretta, e quello che più mi piace del mio corpo sono i fianchi marcati e un culo rotondo e sodo che attira l’attenzione anche quando non vorrei. Ho le tette piccole ma dritte, con i capezzoli scuri e sempre duri sotto i vestiti. Lo dico per farvi capire perché certi uomini mi guardano in un certo modo quando cammino da sola, con quello sguardo che ti spoglia da cima a fondo.

Quello che sto per raccontare è successo appena qualche settimana fa, in piena estate. Ero in vacanza dall’università, e quel pomeriggio di agosto ero in ritardo per una lezione di recupero. Vivo in un quartiere popolare, di case piccole e trascurate, e devo fare parecchi isolati a piedi per arrivare alla fermata del bus. Il sole di mezzogiorno picchiava come se volesse sciogliere l’asfalto.

A due isolati da casa mia c’è l’officina meccanica di Don Genaro, un uomo di cinquant’anni e qualcosa, basso, panciuto, molto scuro e molto canuto. Aveva la fama di essere un porco con tutte le ragazze della zona, così gli facevamo sempre largo passando dall’altro lato della strada.

Quel giorno, per la fretta, non mi sono assicurata di attraversare. Tanto, pensai, sono solo pochi metri. Non sarebbe successo niente.

Proprio davanti a casa sua aveva un’auto aperta in riparazione. Don Genaro era seduto su una sedia di plastica, con un asciugamano sulle gambe e una canottiera. Sotto l’asciugamano immaginai avesse dei pantaloncini, ma in realtà non mi fermai a pensarci. Avevo troppa fretta.

—Buon pomeriggio, signorina —sentii dire con quella voce impastata.

—Buon pomer… —Mentre mi voltavo a guardarlo con un sorriso finto per non fare brutta figura, alzò una gamba e appoggiò il piede sul bordo della sedia, come uno che sta per tagliarsi le unghie. In quell’istante vidi che sotto l’asciugamano non aveva nulla. Vidi cadere tutto tra le sue gambe, aperto e sfacciato: un cazzo grosso, scuro, con la testa gonfia appoggiata su due coglioni pesanti e rugosi, e tutto quanto impigliato tra peli canuti. Sentii che mi si spalancavano insieme gli occhi e la bocca.

Sono sicura che se ne accorse dalla mia faccia sconvolta. E sono altrettanto sicura che lo fece apposta, per farmelo vedere. Persi il passo per un secondo, ma continuai a camminare quasi correndo.

Vecchio porco di merda, perché fa una cosa del genere?

Mi portai dietro quella domanda per tutto il resto della giornata. La cosa peggiore è che non riuscivo a smettere di pensare a quell’immagine. Non per piacere, ma per rabbia e per disgusto, mi ripetevo. Però l’immagine non se ne andava: il cazzo penzolante, grosso, lì ad aspettare come se me lo avesse mostrato apposta per imprimermelo in testa. E quel bastardo ci era riuscito.

***

All’uscita da lezione, una delle professoresse mi chiese di fermarmi un momento. Voleva darmi dei fogli per mia madre. Io morivo dalla voglia di andare in bagno: con quel caldo avevo bevuto litri d’acqua. Quando finalmente mi diede i fogli e corsi ai bagni, erano già chiusi con il lucchetto.

Non arrivo a casa, non ce la faccio.

A qualche isolato da lì viveva Daniela, la mia migliore amica. Pensai di arrivare fino a casa sua, ma appena feci un isolato capii che non sarei riuscita a resistere. La situazione era umiliante: mi serviva un bagno con urgenza e non ce n’era uno.

Passai di nuovo davanti all’officina di Don Genaro e lo vidi sdraiato sotto l’auto, in strada. Il bisogno ebbe la meglio sul mio orgoglio e sulla mia rabbia. Mi avvicinai.

—Don Genaro, mi scusi se la disturbo, ma ho davvero urgente bisogno di un bagno. Me lo presta per qualche minuto, per favore?

—Certo che sì, signorina. Venga qua, adesso le dico dov’è. —Mi portò dietro la casa. Il bagno era di tavole, con la fossa. Potete immaginare l’odore.

—È l’unico che avete?

—Mi perdoni, signorina, ma sì. È questo o dietro quei ferri —rispose con tono di scherno.

—Va bene, esco subito. —Lo dissi per farlo andare via, perché stavo per scoppiare.

—Ah, signorina, guardi che la porta non chiude bene. Resto qui così non si apre, ma non si preoccupi, mi assicuro io che nessuno la veda.

Vecchio depravato. È ovvio che resta per guardare quello che può.

Senza più tempo per discutere, pensai che la cosa migliore fosse fare in fretta e non dargli la soddisfazione di tenermi lì. Aprii la porta e vidi la tavola del sedile. La cosa strana era che, sotto, mancavano due assi e da quel buco si poteva vedere tutto da dietro.

Seguiamo il piano: veloce e me ne vado.

Mi sporsi in avanti, dalla vita in su, e mi abbassai la biancheria intima facendo attenzione che davanti, dove stava lui, non si vedesse nulla. Poi sentii un rumore davanti alla porta.

Non ti darò la soddisfazione, vecchio. Non mi vedrai dalla fessura.

Ma in quel momento vidi un lampo che arrivava dal buco dietro. Poi un altro. Non capivo cosa stesse succedendo. Presi della carta e mi pulii in fretta. E mentre lo facevo, sentii qualcosa sfiorarmi il culo.

Sobbalzai e gridai per lo spavento. Pensai fosse un ragno o qualche bestiaccia che usciva dalla fossa. Quando mi voltai, fu la cosa più orribile della mia vita: Don Genaro era chinato dal buco, con il cellulare che mi riprendeva in pieno il culo nudo e la figa aperta, e con l’altra mano mi aveva toccata. Continuava a filmare e rideva, assicurandosi che la mia faccia comparisse bene nel video insieme alle mie natiche.

—Che le prende, Don Genaro? Che le prende davvero? Perché ha fatto una cosa del genere?

—Ah, signorina, è venuta da sola per il servizio. Io non faccio altro che farle pagare il prezzo —disse, ridendo ancora—. Non ha idea di quello che farò con questo video e queste foto. Che culino, signorina, che culino così buono che si porta dietro.

Mi si gelò il sangue. Ero nella situazione peggiore possibile, e per di più me l’ero cercata da sola. Quel vecchio mi aveva ripresa nell’angolazione più infame immaginabile, con la faccia visibile, il culo aperto e la figa in mostra.

Mi rivestii di corsa e scappai di lì.

***

Pensai di denunciarlo. Con un video del genere, quell’uomo sarebbe finito in carcere per anni. Ma questo voleva dire che mezza pattuglia del quartiere avrebbe visto il materiale, e qui gli uomini sono quelli che sono: sarebbe trapelato e sarebbe finito su internet con il mio nome e la mia faccia, con la mia figa e il mio culo al vento perché tutto il quartiere li riconoscesse.

Passai l’intera notte spaventata, senza sapere come recuperare quel video. Alla fine decisi di provare a fare un accordo. Misi insieme tutti i miei risparmi, quindicimila pesos, e il giorno dopo, alle nove del mattino, andai a casa sua.

Dovevo stare molto attenta. Se lo facevo arrabbiare, non avrebbe cancellato nulla. Arrivai tranquilla e rispettosa. Ma quando lo vidi, era seduto sulla sedia del patio con la mano infilata dentro i pantaloncini, muovendola piano. Era evidente che si stava segando il cazzo. E io ero sicura che lo stesse facendo guardando il mio video.

—Buongiorno, Don Genaro.

—Ah, che sorpresa! La signorina più bella del quartiere viene a trovarmi —disse con un sorriso beffardo, senza togliere la mano dai pantaloncini.

—Dobbiamo parlare di ieri.

—Ieri che cosa? —rispose facendo una faccia di finta perplessità, stringendosi il cazzo sopra la stoffa perché lo vedessi.

—Non faccia la finta, per favore. Parliamo di questo.

—Allora, signorina. Prima di tutto, come si chiama?

—Marisol.

—Piacere, Marisol. —Tolse la mano dai pantaloncini con tutta la sfacciataggine del mondo, con le dita lucide di quanto si era maneggiato, e me la tese. Se non lo saluto noterà la mia rabbia e tutto peggiorerà. Ma che schifo toccare quella mano dopo aver visto cosa ci faceva con quella mano.

—Don Genaro, no, per favore.

—Allora non mi saluta?

Mi stavano quasi uscendo le lacrime. Avendo chiaro il mio obiettivo, decisi di salutarlo. Alzai la mano e presi la sua, tiepida, appiccicosa, con addosso tutto l’odore del suo cazzo. Mi venne da vomitare.

—Adesso sì, mi dica, in che cosa posso aiutarla? O ha bisogno di nuovo del bagno? —si prese gioco di me.

—No. Sono venuta perché cancelli il video e le foto di ieri. Guardi, so che esistono delle leggi e, se fossi cattiva, l’avrei già denunciata —alzai la voce per tranquillizzarlo—, ma non lo farò. Questa cosa resta tra lei e me. Qui ho cinquemila pesos. Glieli do, ma cancelli tutto qui, davanti a me.

—No, Marisol. Vale di più avere quel culo perfetto nel mio telefono. Stamattina ci ho già ricavato tre volte. Mi sono fatto tre seghe guardando il tuo culino e mi si rizza ancora solo a vederlo. Credo che mi durerà a lungo.

—Le do diecimila. Davvero, facciamo l’accordo.

—No. Le ho già detto di no.

—Quindicimila, le giuro che non ho altro. —Cominciai a piangere—. La prego, non ho più niente.

Don Genaro smise di prendermi in giro e mi mise la mano sulla spalla.

—Senti, Marisol, facciamo una cosa.

—Cosa?

—Non facciamo i fessi. Tu sai che a me piace farmi vedere dalle ragazze che passano dalla mia officina. Tutte così buone, con quei corpi, con quei culi, con quelle tette, che passano davanti a me. Mi si rizza tutti i giorni a guardarle.

Il bastardo stava parlando sinceramente, e proprio per questo era ancora più schifoso.

—Sì, Don Genaro, ho già capito cosa le piace.

—Ecco, guarda, molto facile. Andiamo dentro e mi guardi mentre me lo segno davanti a te. Solo questo. Tu seduta, a guardarmi mentre mi faccio la sega fino a venire. E cancelliamo tutto.

—Come crede? No, certo che no. Prenda i soldi e chiudiamola qui.

—È così o niente accordo.

Vecchio maledetto. Mi tiene in scacco. Non era nemmeno al prezzo, e la proposta mi sembrava ripugnante. Ci pensai per diversi minuti, senza smettere di piangere.

—Ci sta, Marisol, o se ne va da qui?

—Però io non mi spoglio e non tocco niente, vero?

Un sorriso perverso gli attraversò il volto.

—No. Tu non fai altro che vedermi segarlo. Ma mi guardi da quando inizio fino a quando vengo. Questa è la regola. Fino a quando non ho finito di venire.

—E mi dà il telefono così cancello tutto io, giusto? Io, non lei.

—Esatto. Tu stai solo seduta lì, a guardare come mi esce il latte.

La situazione faceva schifo in un modo indescrivibile, ma pensai che fosse qualcosa di sopportabile. Valevano più pochi minuti di questa roba che una vita intera di paura che la mia famiglia o i miei amici vedessero quel video.

—Va bene. Però voglio la sua parola che manterrà l’accordo.

—Ce l’hai, Marisol. —Il sorriso di quell’uomo non avrebbe potuto essere più grande. Stava per realizzare una delle sue fantasie: farsi guardare nei dettagli da una ragazza mentre si segava il cazzo.

***

Si alzò e mi portò a casa sua, di legno con il tetto di cartone. Viveva nella miseria assoluta: un letto vecchio e stretto, un tavolo con due sedie, nient’altro. Così piccola che ci stava dentro la mia stanza.

—Entra, Marisol. Siediti qui. —Mise una sedia ai piedi del letto. Mi sedetti, nervosa per quello che stava per succedere.

Salì sul letto, si tolse la maglietta e si abbassò i pantaloncini. Rimase in mutande, con un rigonfiamento grosso e storto schiacciato contro la stoffa sporca.

—Ti piace quello che vedi? —Non risposi. Non dissi nulla e cercai di non assumere alcuna espressione.

Si sdraiò a pancia in su davanti a me e cominciò a togliere l’ultimo pezzo che gli restava. Quando uscì, il cazzo rimbalzò pesante contro la pancia, duro, scuro, con la testa gonfia e violacea che spuntava dal prepuzio ritratto. I coglioni gli penzolavano ai lati, rugosi e grossi. Un odore di uomo sudato e non lavato mi arrivò al naso e fu impossibile non fare una faccia schifata.

—Guarda come mi tieni, qui a darti lo spettacolo. Guarda come mi si rizza a vederti, Marisol. Tutto questo è per te.

Le sue parole mi fecero piangere di nuovo. Cercai di trattenermi, ma le lacrime uscivano da sole. Si sistemò un cuscino dietro la schiena e rimase semisdraiato, con le gambe aperte, a circa due metri da me. Proprio dove vedevo tutto: il cazzo duro, puntato verso il soffitto, che pulsava da solo, e i coglioni pesanti sotto.

—Ti piace? Dillo, o qui ci fermiamo.

Ero già arrivata fin lì. Se ci fermavamo, vinceva comunque lui per avermi avuta così. Così annuii soltanto con la testa.

—Dimmelo.

—Sì, Don Genaro —risposi con tutto il disgusto del mondo.

—Sì, cosa? Dillo bene, con le parole giuste.

—Sì… sì, mi piace il suo cazzo, Don Genaro —dissi con la voce rotta.

—Ecco, così mi piace.

Mi dava istruzioni: guardarlo dritto, vedere come si accarezzava. Si leccò il palmo della mano e afferrò il cazzo alla base, con forza, e cominciò a segarselo piano, facendo scorrere il prepuzio su e giù per lasciare la testa completamente scoperta, violacea, lucida. Con l’altra mano si stringeva i coglioni, li schiacciava, li tirava mentre mi fissava dritto in faccia.

—Guarda bene, Marisol. Osserva bene come si fa una sega. Guardami qui la punta, guarda come mi sta già uscendo il liquido.

E era vero. Dalla fessura della testa cominciava a uscire una goccia densa e trasparente che si allungava verso il basso. La spalmò con il pollice su tutta la testa per lubrificarsi, e il cazzo cominciò a brillare tutto. Si mise a quattro zampe sul letto e mi mostrò tutto, compiacendosene: il cazzo penzolante tra le gambe, i coglioni stretti, il culo peloso e le chiappe scure. Si afferrava una natica con la mano sinistra e con la destra continuava a tirarsi il cazzo all’indietro, tra le gambe, perché io lo vedessi da un altro angolo. L’immagine era cruda, rude, sgradevole.

Il mio piano: eccitarlo per farlo finire presto e potermene andare.

—Ah, Don Genaro, da qui si vede proprio bene. Che cazzo grosso che ha —dissi con voce finta, nella speranza che ci credesse. E ci credette: restò con una faccia di incredulità che non riusciva a gestire.

—Allora ti piace davvero?

—La verità? Sì. Mi piace molto quello che vedo. Mi piace come si sega il cazzo, Don Genaro. Perché non continua a toccarsi per me? Voglio vederla venire. Avanti, mi faccia questo favore.

Il tonto ci cascò. Tornò alla posizione iniziale, si sputò nella mano e ricominciò a segarselo più in fretta, con il pugno chiuso e stretto. La pelle gli saliva e scendeva sulla testa, sempre più veloce. Vedevo la sua faccia di piacere, la testa gettata all’indietro, la bocca aperta, gli occhi socchiusi. I coglioni gli saltavano a ogni strappo, gli si appiccicavano alla pancia e ricadevano giù.

—Così, guarda, guarda come mi si mette, Marisol. È durissimo per te, troia. Guarda un po’ come mi tieni.

***

Ve lo giuro, non so cosa sia successo. Non so se fosse la paura, il disgusto o il morbo che mi dava la sua testa, ma ho cominciato a sentire umido tra le gambe. Sentii come la mia figa si stringeva da sola, come le mutandine si bagnavano piano piano. I capezzoli mi si indurirono sotto la blusa e mi sfregavano contro il reggiseno. Il vecchio non mi aveva aggredita direttamente, e il mio stesso corpo mi stava tradendo. Lui continuava a dire oscenità, e piano piano io stavo perdendo il disgusto di sentirle.

—Guarda come mi esce il liquido, guarda com’è trasparente. Vuoi assaggiarlo? Dai, vieni a succhiarmelo un po’, Marisol.

—No. Abbiamo preso un accordo. Continui con quello che sta facendo, mi piace di più così.

—Come vuoi. —Continuai a dirgli quello che voleva sentire finché non mi fece un’altra proposta—. Fammi vedere le tette e non ci metto nemmeno un minuto. Solo le tettine, Marisol, dai.

Ormai quel momento non mi sembrava più così ripugnante, e in realtà volevo solo che finisse. Senza pensarci troppo, mi alzai la blusa e mi abbassai il reggiseno, lasciando vedere le mie tette piccole e dritte, con i capezzoli scuri ed eretti come pietre. La sua faccia cambiò completamente. Il cazzo ebbe un guizzo e cominciò a colare più in fretta.

—Ah, troia, che tettine. Guarda come ce le hai, tutte dritte. Sputami sul cazzo, Marisol. Voglio sentire il tuo sputo sulla punta.

Stranamente, la proposta non mi diede fastidio. Non dovevo toccare niente e magari accelerava la fine. Mi alzai in piedi con le tette al vento e mi avvicinai, mantenendo la distanza. La scena cominciava a non darmi più tanto disgusto, e fu lì che capii di essere bagnata. Non a fiotti, ma più del normale per me. La figa mi si stringeva da sola ogni volta che vedevo il cazzo saltare nel suo pugno.

Raccolsi saliva in bocca e sputai più forte che potei direttamente sulla testa violacea del cazzo. Lo presi in pieno e colò sui lati. Lui la spalmò subito su tutto il cazzo, mescolandola con il liquido che aveva già, e continuò a segarsi ancora più forte. Il letto scricchiolava al ritmo. Cominciò a gemere con gli occhi chiusi, la faccia rivolta al soffitto. Io ero ancora lì, in piedi al bordo del letto, con le tette fuori, a vedere il suo pugno peloso che saliva e scendeva, a vedere come si tendevano le vene del cazzo, come i coglioni cominciavano a risalirgli contro il corpo. Un impulso mi fece chinare un poco per guardarlo da vicino. Volevo solo vederlo ancora un po’. Forse, nel mio inconscio, cercavo l’odore di cui mi ero lamentata all’inizio, perché ormai non mi sembrava più sgradevole. Quell’odore di uomo, di cazzo sudato, di coglioni, mi si stava infilando in testa in un modo che non capivo.

—Vuoi assaggiarmelo, vero? —commentò notando quanto ero vicina senza che me lo avesse chiesto.

—No… no, Don Genaro, come le viene in mente. Avevamo preso un accordo.

—Non fare la finta, Marisol. So che ti stuzzica e che lo stai guardando con una voglia tale che sarebbe peccato non lasciarti prenderlo un po’. Facciamo così: avvicinati, prendimelo un po’ e basta, dai. Solo un tirone e vengo subito.

L’accordo, il modo in cui mi stava dominando e i quasi quindici minuti di spettacolo mi avevano rimescolato qualcosa dentro. Sentivo la figa pulsare, bagnata, stretta dalla voglia di morbosità. Forse se gliela tocco un po’ non è così male. Forse finisce più in fretta e me ne vado. L’idea, dopo tanti minuti, non mi sembrava più così assurda.

—No, Don Genaro —dissi, ma non con la stessa fermezza di prima.

—Dai, vedrai che vengo subito. Solo un pochino. Prendilo soltanto, Marisol, appena appena.

—Però proprio pochissimo. Me lo giuri.

—Te lo giuro, Marisol.

***

Con un movimento lento e continuo mi avvicinai. Chiusi la mano destra intorno al cazzo con paura. Era caldo, più caldo di quanto mi aspettassi, grosso, così grosso che a malapena riuscivo ad abbracciarlo con le dita. Lo sentii pulsare contro il palmo, duro come ferro ma ricoperto di pelle morbida. Don Genaro emise un gemito lungo e si lasciò cadere all’indietro sul cuscino, con gli occhi rovesciati.

—Così, così, Marisol. Muovila, muovila piano. Continua.

Cominciai a segarlo piano, facendo salire e scendere il prepuzio come lo avevo visto fare a lui. La testa violacea compariva e spariva tra le mie dita, grondando il liquido trasparente che mi sporcava la mano. Perché non finisce, quel bastardo? Anche se, a dire il vero, non sto più passando così male. Mi sorpresi ad accelerare il ritmo per curiosità, per vederlo brillare di più, per vederlo più grosso.

—Così le piace?

—Così mi piace, troia. Più veloce, Marisol, segamelo più veloce. Ah, che manina buona che hai.

Volli fare qualcosa che forse gli sarebbe piaciuta di più. Con l’altra mano cominciai ad accarezzargli i coglioni lentamente, con calma, sapendo che era una zona sensibile. Li sentii pesanti sul palmo, caldi, carichi. Li stringevo con attenzione e lui si contorceva sul letto. Poi osai scendere ancora e gli passai un dito sotto, nel punto tra i coglioni e il culo. Si irrigidì tutto il corpo.

—Non esagerare, Marisol, che goduria! Che manina, troia, che manina!

E lì lo accettai, senza negarlo nella mia testa: stavo accontentando un vecchio depravato, segandogli il cazzo con due mani, e per quanto fosse sbagliato, mi stava piacendo. Mi avvicinai con la faccia e respirai il suo odore di cazzo sudato, ormai quasi senza ritegno. Quell’odore maschio, forte, mi stava entrando fino in fondo. Non smettevo di bagnarmi. Sentii il succo scendermi lungo la parte interna delle cosce, impregnandomi le mutandine, i pantaloncini di jeans. Chiusi gli occhi, persa in qualcosa che non riconoscevo in me. Senza rendermene conto cominciai a stringere le cosce per premere sulla figa, cercando sollievo.

Don Genaro sobbalzò sentendomi così vicina, si voltò a guardarmi, ma io ero già presa da quello che stavo facendo, segandoglielo più in fretta, guardando la testa violacea da così vicino da respirarne il vapore. Decisi di continuare. Tirai fuori la lingua senza pensarci e gli diedi una leccata rapida sulla punta, solo per provare. Il sapore era salato, forte, indescrivibile. Invece di farmi schifo, mi venne voglia di più.

—Aaaah, che goduria, che goduria, troia, succhiamelo un po’, Marisol —ripeteva con gli occhi bianchi.

E senza sapere perché, aprii la bocca e mi infilai la testa grossa tra le labbra. Sentii il peso caldo contro la lingua, il sapore del liquido sparso in tutta la bocca. Cominciai a succhiarlo piano, con la mano che tirava la base allo stesso tempo. Don Genaro emise un urlo e si aggrappò al letto.

—Marisol, troia, così, succhiamelo così! Guarda un po’, guarda un po’ come te lo mangi!

La lingua mi si muoveva da sola attorno alla punta, succhiando il liquido che non smetteva di uscire. Il cazzo era così grosso che quasi non mi stava in bocca, e mi dava alla gola quando scendevo troppo. Cominciai a fare rumori con la bocca, rumori sporchi di saliva e cazzo, e mi accorsi che stavo godendo di ogni suono. Con la mano libera continuavo ad accarezzargli i coglioni, sentendoli tendersi sempre di più contro il corpo. Io stessa non mi riconoscevo: la ragazza perbene che era arrivata a supplicare per un video era sparita, e al suo posto c’era una troia che succhiava cazzo con le tette fuori, gemendo piano per quanto era bagnata.

Continuai ancora per alcuni minuti, succhiandolo e segandolo allo stesso tempo, finché sentii il cazzo farsi ancora più duro e i coglioni stringersi del tutto contro il corpo. Don Genaro cominciò a tremare.

—Adesso, Marisol, adesso vengo, adesso… ah, troia!

Sentii la scarica in fondo alla bocca. Tiepida, densa, con un sapore salato difficile da descrivere, intenso. Un getto spesso mi colpì la lingua e mi scese in gola prima che potessi reagire. Mi tirai indietro di colpo.

—Ah, Don Genaro! —gridai con la bocca piena di latte.

Uscirono altri getti che mi raggiunsero la faccia. Ce n’era tantissimo. Il primo mi colpì la guancia, un altro la fronte, un altro ancora le labbra. Senza pensarci, afferrai il cazzo con la mano e continuai a segarlo davanti al mio viso, per spremergli fino all’ultima goccia. I getti continuavano a uscire, sporcandomi gli occhi, il naso, le guance, le tettine dritte che avevo scoperte. Mi spalmai con la mano io stessa il latte che cadeva, senza voler smettere. La lingua uscì da sola a leccare i residui che mi erano rimasti sulle labbra, e ingoiai quello che avevo in bocca quasi senza rendermene conto. Non sapevo quando fermarmi, così continuai allo stesso ritmo, stringendogli la punta per tirargli fuori le ultime gocce dense, finché il vecchio, tremando sulle gambe e ansimando, non ne poté più e mi spostò la mano.

—Basta, basta, troia, non ce la faccio più. Mi hai tirato fuori tutto.

Secondo la sua faccia, aveva avuto il meglio della sua vita. Si lasciò ricadere sul cuscino, con il cazzo ancora duro e gocciolante sulla pancia, ansimando come se avesse corso una maratona. Io rimasi in ginocchio sul bordo del letto, con la faccia piena di sperma, le tette scoperte sporche, e sentendo la figa bagnata pulsare sotto i pantaloncini. Il cuore mi batteva nelle orecchie.

—Don Genaro, avevamo un accordo.

—Sì, Marisol, avevamo un accordo. Tieni il telefono, cancella quello che vuoi.

***

Controllando, mi resi conto che aveva foto di altre ragazze del quartiere, scattate di nascosto mentre passavano davanti a casa sua. Cominciai a cancellare prima le mie e poi tutte quelle che riuscii, con la faccia ancora sporca del suo latte.

—Non mi cancelli tutto, non faccia il cazzo di cretino. Avevamo detto solo le tue.

—Lei è un figlio di puttana, Don Genaro. Adesso che non può più fregarmi, glielo dico. È un imbecille.

—Sì, Marisol, lo so già. Ma tu hai questo vecchio dentro di te, nella pancia, e te lo tieni. Ti sei bevuta il mio latte, troia. Non lo dimenticherai mai.

Il suo commento mi infastidì, forse perché aveva un fondo di verità. Sentivo il latte scendermi in gola, il sapore ancora in bocca, la figa bagnata sotto i vestiti. Mi pulii la faccia come potei con la mano e con quello che trovai, mi sistemai le tette nel reggiseno e me ne andai da lì sentendo ancora lo sperma appiccicoso sulla pelle.

Da quel giorno prendo un percorso più lungo per arrivare alla fermata. Mi manca ancora poco per finire il semestre e lasciarmi alle spalle il ricordo di quel vecchio.

Spero che questa confessione vi sia piaciuta. È una cosa che mi è capitata davvero e che non avevo raccontato a nessuno. A volte, di notte, torno a pensare a quel pomeriggio, al sapore di quel cazzo in bocca, al latte caldo che mi scendeva in gola, e senza volerlo finisco con la mano tra le gambe, a toccarmi fino a venire pensando a quel vecchio schifoso. La coscienza poi vince sempre, ma per il tempo che dura, la figa mi si bagna come quel pomeriggio. Lasciatemi i vostri commenti e ditemi se volete leggere altre mie esperienze, perché ne ho diverse da raccontare.

Vedi tutti i racconti di Confessioni

Valuta questo racconto

Commenti

Sii il primo a commentare.

Lascia un commento

Accedi o crea un account

Scegli come vuoi continuare.