Quello che vidi nelle docce della palestra quella mattina
Le docce della palestra non hanno porte. Quella mattina scoprii che non era un problema, ma proprio ciò che cercavo da anni senza saperlo.
Le docce della palestra non hanno porte. Quella mattina scoprii che non era un problema, ma proprio ciò che cercavo da anni senza saperlo.
Catalina salì in terrazza in sottoveste bianca, si sedette accanto a me senza dire una parola e quella notte smettemmo di essere solo fratelli nella casa sul mare.
Vidi il messaggio alle undici di sera e capii che stavolta non avrei inventato scuse. Quindici minuti dopo stavo salendo sulla sua auto in un piazzale vuoto.
Il numero non era in rubrica, ma le prime due frasi mi costrinsero a leggere fino alla fine. Quello che venne dopo cambiò tutto ciò che ricordavo di sabato.
Entrai in bagno da uomo e ne uscii con un minivestito e delle platform. La mia ragazza mi aspettava in sala con tre sconosciuti e un sorriso che diceva tutto.
Indossava una minigonna, calze nere e occhiali da sole che mi impedivano di capire quando mi stesse sgamando. Finché smise di fingere e iniziò a giocare con me.
Il receptionist gli fece l’occhiolino consegnandogli l’asciugamano. Quel gesto fu solo l’inizio: in ogni sala lo aspettava un corpo diverso e un nuovo calore.
Sono sceso dall’autobus con la testa in fiamme e i pantaloni stretti. Sapevo perché andavo nel terreno incolto, ma non che sarei stato scopato tre volte di fila.
Tra scatole e con la porta appena chiusa, si morse il labbro per non urlare mentre la tenevo stretta contro il mio petto. Nessuno doveva sentirci.
Erano le undici del mattino e la cala era vuota, tranne un ragazzo che fingeva di non guardarmi. Mio marito nuotava e io sentivo i suoi occhi piantati su ogni centimetro della mia pelle.
La Polaroid mi pendeva dal collo quando lei apparve sotto la soglia, scalza e sorridente, scortata da due uomini che non avevo mai visto prima.
Quando Diego chiuse la porta del furgone e sparì verso le luci del supermercato, seppi che avevo mezz’ora per fare tutto ciò che immaginavo da mesi.
Tre del mattino. Una sottoveste corta. Niente sotto. E la sensazione che ogni lampione del parco fosse un occhio curioso in attesa del mio passo di troppo.
Eravamo sole davanti allo specchio. Io a sistemarmi il rossetto; lei a guardarmi con un’intensità che non era più amicizia. E poi si avvicinò.
Scendo dall’auto con il cappotto aperto, senza nulla sotto, e dall’altra parte della strada cominciano a indicarmi. Mio marito mi guarda da lontano, in attesa di vedere chi sceglierò.
La vidi scendere dalla macchina per spazzarsi le briciole dalla gonna e, senza saperlo, capii in quell’istante che ci restavano ancora molti chilometri e ben poche scuse.
Quando scoprii il vicino affacciato oltre il muretto, non mi coprii. Abbassai il reggiseno sotto la doccia del patio e lo lasciai guardare tutto.
Mateo mi fece un cenno con la testa e salì le scale. Io lo seguii senza pensarci, sapendo che la sua ragazza era la mia migliore amica e che ormai niente poteva fermarci.
Scese in sala senza mutandine e senza reggiseno. Diceva di non sapere cosa le stesse succedendo, ma io cominciavo già a capirlo: quel giorno avrebbe superato ogni limite.
Sono arrivata presto in piscina con un bikini che lasciava poco all’immaginazione. Volevo capire se la ragazza dal sorriso malizioso si sarebbe spinta oltre.