Il guardone che scoprii mentre spiava mia moglie
Sono uscito a fumare nel buio e l’ho visto: accovacciato dietro la palma, con lo sguardo fisso sulla finestra dove lei si spogliava senza sapere di essere guardata da due.
Sono uscito a fumare nel buio e l’ho visto: accovacciato dietro la palma, con lo sguardo fisso sulla finestra dove lei si spogliava senza sapere di essere guardata da due.
L’asciugamano mi copriva appena quando bussai alla porta del vicino del settimo piano. Accettò di aiutarmi ad aprire l’appartamento solo se lasciavo cadere l’unica cosa che avevo addosso.
Volevo fargli uno scherzo accendendo le candeline davanti alla casetta. Quando abbiamo aperto la porta, nessuno rideva: mio figlio era contro il mobile e il padre del suo amico non si fermava.
Alle due di notte, in quella sala con le luci rosse, smisi di fingere che fossi entrata solo per accompagnare mio marito. Stavo guardando. E mi stava piacendo troppo.
Cinque cugini, un amico e una sauna isolata. Quel addio sarebbe iniziato in una jacuzzi con due bocche che si alternavano sul mio cazzo e finito all’alba.
Incrociai il suo sguardo nella caffetteria dell’area di servizio. Sapevo che mi avrebbe seguito in bagno, e sapevo anche che da lì non sarei uscito uguale a com’ero entrato.
Gli occhiali scuri ci diedero il permesso perfetto: lui guardava le ragazze in topless, io guardavo gli uomini, e sapevamo entrambi cosa sarebbe venuto dopo.
Quella mattina ho deciso di uscire senza niente sotto la gonna. Non volevo essere toccata, solo osservata. E nella gelateria al piano di sopra qualcuno se ne è accorto.
Pensavo che il buio del cinema mi avrebbe distratto dal fallimento con lei. Non avevo previsto che proprio quel signore, che mesi prima ci aveva sorpresi, si stesse lavando le mani accanto a me.
Ho visto l’autista guardarci nello specchietto retrovisore e, invece di coprirmi, mi sono fatta abbassare il top. Alle tre di notte, io e il mio ex eravamo uno spettacolo gratis.
La birra ci aveva resi affettuosi e la terrazza sembrava vuota. Finché non vidi il lampo di un paio di binocoli puntati su di noi dalla collina.
Quando alzai lo sguardo tra l’erba, due fari si spensero a trenta metri. Dentro l’auto, un’ombra immobile continuava a guardarci.
Aspettavo tutta l’estate che la cala si svuotasse. La trovai deserta, sì, ma il vento mi portò dei gemiti dietro le dune che dovetti andare a cercare.
Quando mi chinai a cercare una rivista sul ripiano più basso, sentii l’aria fredda entrarmi tutta tra le gambe. Tre paia d’occhi si alzarono insieme. Non abbassai la gonna.
Ogni volta che entro in un camerino, lascio la tenda appena aperta. Quella dall’altra parte non si accorge mai che la sto cercando. E quasi sempre qualcuna accetta il gioco.
Quando capii che a eccitarmi non era guardare, ma essere guardata, a Capodanno cercai il deposito vuoto dietro casa e mi tolsi apposta le mutandine.
Tre birre, una canna e un tavolo appartato sul balcone. L’adrenalina di sapere che chiunque poteva affacciarsi era proprio ciò che volevamo quella sera.
Le offrii il mio posto quando salì e, poche fermate dopo, la sua mano stava già cercando la cerniera dei miei pantaloni, mentre l’infermiera di fronte guardava senza nascondersi.
Quando scesi dall’auto con la camicetta aderente e il tanga segnato nei pantaloni, non immaginavo che lo sguardo di quell’uomo mi sarebbe rimasto addosso per tutto il colloquio.
Arrivai puntuale, ma loro non c’erano. Poi ricevetti la foto: la mia ragazza inginocchiata davanti al mio ragazzo, nel bagno in fondo, ad aspettare che entrassi.