Quello che è successo nel pick-up del campagnolo
Mi piaceva sentirmi guardata, desiderata, scelta tra tutte. Quella notte un uomo di campagna mi portò via dalla pista e senza ritorno.
Mi piaceva sentirmi guardata, desiderata, scelta tra tutte. Quella notte un uomo di campagna mi portò via dalla pista e senza ritorno.
Non aveva mai visto un uomo come Lamine, e dal primo giorno capì che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di tornare a casa sua.
Lasciai il mio paese, vendetti i mobili e comprai un biglietto di sola andata. L’unica cosa che sapevo con certezza era che Helena mi avrebbe aspettato dall’altra parte del vetro ad Anversa.
Mi sdraiai nudo sul lettino apposta, senza coprirmi, solo per vedere cosa avrebbe fatto lui quando fosse entrato con l’olio caldo.
Fumavo dai diciotto anni e niente era riuscito a farmi smettere. Fino a quando mia moglie trovò quella dottoressa dai tacchi impossibili e dal sorriso da predatrice.
Indossava un abito costoso e aveva uno sguardo che intimoriva tutti a tavola, ma non riusciva a smettere di guardarmi i piedi. E io sapevo esattamente cosa farne.
Portava un 36, li aveva bianchi e perfetti, e quella sera di sangria decisi che dovevo mettermeli in bocca anche davanti a tutti.
Da dieci minuti mi sbirciava i piedi dalla fermata dell’autobus. Non immaginava che avrei finito per portarlo a casa e metterlo in ginocchio prima di sera.
La saracinesca era a metà abbassata e la chiave girò due volte alle mie spalle. Sono andata lì senza anello e con dodici anni di silenzio sulla lingua.
La seguii in strada convinto che sarebbe stata una notte come tante. Non immaginavo cosa nascondesse sotto quel vestito aderente né fin dove mi avrebbe portato.
Gli chiesi di immaginare la mia mano sulla sua gamba. Non mi aspettavo di sentire la sua tremare sotto la mia, né che il trance finisse per essere anche il mio.
Vent’anni di matrimonio e ognuno nascondeva il proprio segreto: lui nei bagni degli altri, io senza sapere ancora cosa stesse per risvegliare in me quella donna dello yoga.
Salii al quinto piano aspettandomi un caffè e una spiegazione. Lei aveva ancora un rapporto da finire. Non sapevo che il suo amante stesse guardando tutto dall’ufficio accanto.
Ho aperto la porta appena avvolta in una vestaglia. Quando l’ho visto sul pianerottolo ho capito che quel sabato di febbraio l’avrei ricordato per qualcosa di ben diverso dal caldo.
L’ho visto nello specchietto: sportivo, con un rigonfiamento sotto la lycra, in attesa di un mio segnale. Ho alzato i finestrini e ancora mi chiedo perché.
Sono scesa al bar per prendere due drink e la voce che mi disse «ciao» era l’ultima che mi aspettavo di sentire in un hotel per adulti, di sabato notte.
Volevo solo sole e silenzio. Non cercavo nessuno, tantomeno un uomo che mi aspettò sulla riva solo per dirmi che non aveva intenzione di lasciarmi andare.
Sono rimasta sola con lui, fingendo un malessere che non avevo. Sapevo cosa sarebbe successo appena mia sorella avesse varcato il cancello e mi avesse lasciata da sola con suo marito.
Quando seguii il suono della sua musica fino al vecchio armadio del mio ufficio, non immaginavo di trovare fessure che davano proprio sullo spogliatoio dove si spogliava.
Salii sul terrazzo per prendere aria perché non sopportavo il caldo. Sentii i suoi passi sulla scala e capii, prima di voltarmi, che quella notte non avrei dormito.