Il pompino che gli ho fatto nel bagno dell’ufficio
Abbassai il chiavistello, mi inginocchiai sulle piastrelle fredde e seppi che gli avrei obbedito fino in fondo, anche se chiunque poteva entrare nel bagno accanto.
Abbassai il chiavistello, mi inginocchiai sulle piastrelle fredde e seppi che gli avrei obbedito fino in fondo, anche se chiunque poteva entrare nel bagno accanto.
Era nuovo, timido ed educato. Non immaginava che quel pomeriggio, quando tutti uscirono dall’ufficio, un solo mio ordine sarebbe bastato per metterlo in ginocchio.
Era appoggiata al muro, a guardare il cellulare, con un vestito nero che le stava troppo bene. Non fumava. Aspettava soltanto, e io ancora non sapevo chi.
Sua madre andava a messa il mercoledì pomeriggio, e quel vuoto di mezz’ora diventò il segreto meglio custodito di tutto l’ufficio.
Mi sono svegliato con i tacchi ancora ai piedi e una voce che mi sussurrava all’orecchio che non c’era più ritorno: ogni giorno sarei stato un po’ più Lola e un po’ meno me.
Eravamo sempre gli ultimi a spegnere le luci. Quella notte entrai senza avvisare e ciò che vidi cambiò ogni turno dopo.
Entrai in quell’ufficio grigio pronta a supplicare per un foglio. Uscii sapendo che quella notte a supplicare sarebbe stato lui, in ginocchio a casa sua.
Lavoravamo nello stesso edificio e bastò un sfioramento in ascensore perché capissi che stavo per perdere qualcosa che credevo intoccabile: la mia volontà.
Le mie tette sono sempre state la mia arma segreta, e quel venerdì, con l’ufficio vuoto, decisi di usarle per ottenere da lui ciò che volevo davvero.
Credevano di pagare un prezzo per una sola notte. Ariadna scoprì un’altra cosa: che comandare le piaceva troppo per tornare indietro.
Passò a prendermi, indicò la sua guancia perché la baciassi e capii che stavolta gli ordini non sarebbero rimasti in camera: sarebbero iniziati salendo in macchina.
Ho la bocca secca, la testa sul punto di esplodere e non riconosco questo letto. Accanto a me dormono corpi nudi che la notte scorsa ho conosciuto fin troppo bene.
Non conoscevo i loro nomi, sapevamo solo di lavorare per la stessa azienda. Due ore dopo ero nuda tra sei uomini, decisa a non pentirmi di niente.
Accettò di fare da guida agli investitori convinta di avere il controllo. Non sapeva che ogni cena, ogni spiaggia e ogni distrazione facevano parte di un gioco pensato solo per lei.
Mi lasciò agitata davanti allo specchio, con i vestiti sistemati solo a metà e una promessa sospesa nell’aria: non sarebbe finita così.
Per metà della mia vita ho creduto di avere tutto, finché la vidi sulla linea di produzione e capii che non mi sarei fermata finché non l’avessi avuta nel mio letto.
Da mesi immaginavo quella scena nel suo ufficio, ma non avrei mai creduto che fosse lei a fare il primo passo, con il chiavistello chiuso e il suo profumo ovunque.
Ogni volta che passava accanto alla mia scrivania perdevo il filo di ciò che stavo facendo. Non immaginavo che una sola distrazione avrebbe svelato tutto quello che provavo per lei.
La segretaria mi sbottonò la camicetta prima di entrare nello studio. Capii subito che quella riunione col direttore non sarebbe stata come le altre.
Quattro colleghe d’ufficio, tacchi nuovi e un capo con un piano. Quello che accadde quando l’ultimo bicchiere fu vuoto nessuna osava dirlo ad alta voce.