Quello che è successo nel camerino con la mia migliore amica
Le ho scritto «Giochiamo?» dal mio camerino. Cinque secondi dopo mi sono infilata nel suo, pronta a farla venire in silenzio prima che la commessa se ne accorgesse.
Le ho scritto «Giochiamo?» dal mio camerino. Cinque secondi dopo mi sono infilata nel suo, pronta a farla venire in silenzio prima che la commessa se ne accorgesse.
Quando ho incrociato le gambe, sapevo già che le tre avevano architettato qualcosa. Non immaginavo però quanto mi sarebbe costato restare zitta per tutta la notte.
Quando Matías e io tornammo dal chiosco con le sigarette, Camila e Renata erano già troppo vicine sul divano, sussurrandosi cose all’orecchio.
La luna illuminava le sagome dentro l’altra tenda e, prima ancora di capire cosa stesse accadendo lì dentro, non riuscivo già più a muovermi dal punto in cui ero.
Profumava di pelle pulita e di profumo costoso. La mia lingua si mosse prima della testa e, quando lei si voltò a guardarmi, capii che non c’era più ritorno.
Pensavo che la vodka mi avesse annebbiato la testa, ma quando chiuse la porta della stanza capii che lei aspettava quel momento esatto da anni.
Era il nostro primo pigiama party senza i suoi genitori in casa. Quando spense la luce, la sua mano cercò la mia sotto le lenzuola, e capii che aspettava quel gesto da anni.
A quarantotto anni, in un bar di Miami, la mia migliore amica mi prese per il collo e mi baciò. Fu la mia prima volta con una donna e seppi che non sarei più tornata indietro.
Quando Camila mi mise in mano il secondo tequila, capii che quella notte qualcosa si sarebbe spezzato. Non immaginavo che sarebbe stato tutto ciò che credevo di sapere su di noi.
Pensavo che la festa fosse finita quando chiusi la porta. Ma lei era ancora scalza sul mio divano, con il bicchiere sul ginocchio e un'altra scatolina tra le mani.
Eravamo sole davanti allo specchio. Io a sistemarmi il rossetto; lei a guardarmi con un’intensità che non era più amicizia. E poi si avvicinò.
Quel domenica d’ottobre scendemmo dalla messa fradice di pioggia. Entrammo nella sua cucina per asciugarci. E lì, contro il muro, la baciai come avevo desiderato per tutta la vita.
Lucía era la più composta del gruppo del collegio. Quella sera la vidi arrivare al compleanno in minigonna e capii che la ragazza delle messe domenicali non c’era più.
Quando chiesi un favore al mio ex, pensò che volessi sesso. Quello che gli chiesi era molto peggio: aiutarmi a distruggere il matrimonio della mia migliore amica.
Nella curva dove gli alberi formavano un tunnel di luce, allungai la mano e la posai sulla sua. Non servivano parole: bastava per dire che sì, volevo provarci.
Aprii il cassetto sbagliato per errore e scoprii che la mia migliore amica nascondeva cose che io non sapevo nemmeno nominare. Quel pomeriggio, decise di spiegarmene una a una.
Mateo mi fece un cenno con la testa e salì le scale. Io lo seguii senza pensarci, sapendo che la sua ragazza era la mia migliore amica e che ormai niente poteva fermarci.
Avevo quarantasette suoi messaggi quando tornai al gioco, e finivano tutti con la stessa immagine: il suo avatar seduto sulla panchina vuota, ad aspettarmi a ore diverse.
Entrai nella cabina pensando che fosse un pomeriggio come un altro. Ne uscii diversa, con il sapore di un bacio che non avrebbe dovuto accadere.
La consolavo quando piangeva. Quello che non sapevo è che le sue lacrime mi avrebbero portata a odorle il collo, assaggiarle la pelle e capire che la desideravo.