Il contratto di sottomissione che non sapevamo leggere
Avevamo bisogno di soldi. Così firmammo senza leggere le clausole in piccolo di un contratto che ci avrebbe trattenuti a Praga sei settimane in più del previsto.
Avevamo bisogno di soldi. Così firmammo senza leggere le clausole in piccolo di un contratto che ci avrebbe trattenuti a Praga sei settimane in più del previsto.
Sebastián non aveva mai aperto quel libro in vita sua. Però teneva già da settimane una corda nel cassetto, aspettando la notte in cui saremmo rimasti soli.
Ogni venerdì, Marcos varcava la nostra porta sapendo che non sarebbe tornato a essere se stesso fino a domenica. Il collare, la gabbia e il vestito lo attendevano.
La vidi a quattro zampe sull’erba secca, con la coda soffice che ondeggiava tra le natiche, e capii che quel pomeriggio di domenica non sarebbe stato come gli altri.
Quando entrai nel suo appartamento, il profumo del caffè appena fatto era l’unica cosa innocente rimasta lì dentro. Capii che non ne sarei uscita uguale.
Dirgli di sì fu semplice nel buio della stanza. Affrontare otto uomini nudi in quella sala privata fu tutta un'altra storia.
Volevano umiliarle davanti ai figli. Non sapevano che Beatriz aveva la cintura nera, né che Silvia portava sempre una corda in borsa.
Siamo saliti in camera senza sapere bene come cominciare. Fui io a fare il primo passo, e da quel momento non ci fu più ritorno.
Mi svegliai legato in una stanza con anelli alle pareti e due donne pronte a farmi parlare. Commisero un errore: mi lasciarono solo con i loro stessi strumenti.
Mi avevano avvertito che era una donna amara, che odiava gli uomini. Nessuno disse che dietro quell’armatura non veniva toccata davvero da anni.
Mi sono seduta sopra di lui e ho cominciato a raccontargli la mia fantasia più sporca. Con ogni dettaglio aggiunto, lo vedevo disfarsi un po’ di più.
Sono arrivata solo per curiosità, promettendomi che sarebbe stato solo un drink e basta. Ma quando la porta si è aperta prima ancora che bussassi, ho capito che mi stava aspettando da ore.
Avevo nove ore prima del mio volo e in tutto l’aeroporto non c’era un letto libero. Poi lei mi guardò dal suo tavolo e chiese: «Ti va di sederti con me?»
Mi svegliai legato in un seminterrato, nudo e alla mercé della donna che stavo indagando. Non sapevo che in poche ore sarei stato io a impugnare la frusta.
Quando Elena aprì le porte, l’odore di carne bruciata arrivò prima dell’immagine. Due corpi spezzati, un lavoro sporco e una guardia pronta a impedirlo.
Sul letto c’era una tenuta in lattice nero e un paio di tacchi della mia misura. Quella notte Rodrigo non mi avrebbe spiegato nulla. Mi avrebbe solo legata e ciò che sarebbe venuto dopo avrebbe cambiato tutto.
Mi svegliai ammanettato al soffitto di una stanza piena di fruste e anelli. Due donne volevano spezzarmi. Nessuno le avvertì che imparo in fretta.
Entrai da sola, mi spogliai lentamente e premetti il pulsante. Dall’altro lato della porta c’erano otto uomini in attesa del mio segnale. Non avevo mai provato tanto terrore e tanto desiderio insieme.
Tredici chilometri a piedi, calzini spessi e scarpe chiuse. Quella notte gli avrei dato il regalo che gli preparavo da quando ero salita sull’aereo.
Rodrigo gattonava dietro i suoi tacchi nei corridoi del castello, nudo e con il collare che gli serrava la gola. Quella era la colazione della regina.