Il nuotatore che mi sottomise nelle docce del circolo
Avevo fatto tremila metri a tutta e volevo soltanto l’acqua calda sulle spalle. Poi lui si voltò sotto la doccia accanto e capii che quel pomeriggio non sarebbe finito come gli altri.
Avevo fatto tremila metri a tutta e volevo soltanto l’acqua calda sulle spalle. Poi lui si voltò sotto la doccia accanto e capii che quel pomeriggio non sarebbe finito come gli altri.
Mi sdraiai nudo sotto l’ultimo sole di settembre, offrendo il mio corpo a chiunque volesse guardarlo. Poi comparve l’unico uomo che credevo di non rivedere più.
Credeva di essere solo sotto l’acqua, quando un braccio gli circondò il collo da dietro e una voce roca gli sussurrò all’orecchio ciò che era già evidente.
Pensavo che avremmo cenato solo noi tre. Ma mia cugina aveva invitato i suoi amici, e quella sera scoprii fin dove ero disposto a spingermi per compiacere il suo ragazzo.
Aspettavo nudo accanto all’ulivo, con lo zaino ai piedi e il telefono in mano, senza immaginare che quella notte fredda mi avrebbe lasciato in bocca due sapori diversi.
Quando attraversarono il portone con la gonna rosa e le orecchie da coniglietto, sentirono tutti gli sguardi puntati su di loro. E il giocattolo continuava a pulsare dentro entrambi.
Quando mi aprì la porta in mutande e mi disse «in ginocchio, in silenzio», capii che quella notte sarebbe valsa la traversata in Uber fino all’altra parte della città.
Mi ero giurato che saremmo andati solo a guardare. Ma quando quello sconosciuto posò la mano sulla spalla di Eduardo, capii che nemmeno io sarei riuscito a restare fermo.
Nei weekend non vado al cinema per il film. Vado a sedermi in fondo, ad aspettare che piedi sconosciuti si appoggino su di me e decidano quanto posso resistere.
Lui decideva quando spogliarmi, quando legarmi e davanti a chi. Io dovevo solo obbedire, e scoprii che obbedire mi accendeva più di quanto avessi mai ammesso.
Per anni ho inseguito questo momento in aeroporti e treni, ma non avrei mai immaginato che una sconosciuta mi avrebbe lasciato adorare i suoi piedi nudi in volo.
Sentii i suoi piedi scalzi sulla mia spalla nel buio della sala. Poi una voce mi chiese se mi piaceva come odoravano i suoi calzini, e seppi solo rispondere di sì.
Nessuno osava muoversi, ma lei sapeva che le bastava un gesto per far trattenere il fiato all’intera spiaggia e trasformare il cerchio in qualcosa di più della sola sabbia.
Nessuna delle due lo disse ad alta voce, ma lo sapevano entrambe: ogni gesto sotto il sole era una sfida, un invito che nessuno sulla spiaggia riuscì a ignorare quel pomeriggio.
Nessuno osava muoversi, finché lei alzò il flacone d’olio verso gli sconosciuti e, senza dire una parola, li invitò a entrare nel gioco.
So che non dovrei, ma ogni volta che cammino sola di notte lo cerco con lo sguardo: quello sconosciuto che mi schiacci contro un muro e non mi chieda permesso.
Da mesi ripeto nella testa sempre la stessa scena durante il viaggio di ritorno. Oggi, quando il posto accanto si è occupato, mi si è quasi fermato il respiro.
Guardavi da una parte e dall’altra, certa di essere sola, quando ti sei sollevata il vestito in mezzo al garage. Non hai visto che, due posti più in là, qualcuno ti osservava già da un po’.
Mi sedetti tra un uomo anziano e un ragazzo da mangiarselo. Poi il treno frenò di colpo, le luci si spensero e una mano cercò la mia.
Da settimane immaginavo una notte così, senza nomi né promesse. Non avevo immaginato che lui mi osservasse dal bancone come se sapesse già tutto.