L'harem che non ho mai chiesto in casa mia
Era giovedì, il giorno di mamma, ma mia sorellastra mi trascinò in doccia prima di colazione. Le regole dell’harem che avevano inventato iniziavano a rompersi di nuovo.
Era giovedì, il giorno di mamma, ma mia sorellastra mi trascinò in doccia prima di colazione. Le regole dell’harem che avevano inventato iniziavano a rompersi di nuovo.
Una telecamera nascosta dietro i libri, due fratelli disposti a condividere tutto e una ragazza con un sorriso troppo schietto per essere innocente.
Pensai che fosse il vino, quegli sfioramenti timidi sulla pista da ballo. Ma quando la lasciai alla porta dell’hotel, lei tenne la tessera senza infilarla e sussurrò: «Resta un po’».
La trovai a piangere sul divano con la vestaglia blu allacciata male. Quando le dissi che era bellissima, sapevo già che quella notte non sarei più stato solo suo figlio.
Quella mattina pensavo di essere solo in casa. Attraversai il corridoio nudo e, svoltato l’angolo, c’era lei, con uno sguardo che non era da madre.
Mia madre si provò tre completi davanti a me e, prima di scegliere, lasciò cadere la domanda del tanga nero come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Per anni aveva creduto che il divertimento fossero i libri e i documentari. Finché lei chiuse a chiave la porta della stanza e iniziò a spogliarsi davanti a entrambi.
Eravamo rimasti soli in casa da un mese quando lei si offrì di controllarmi dopo il colpo. Non avrei mai immaginato che mia madre si sarebbe inginocchiata tra le mie gambe.
Quando aprii la porta e la vidi ferma con le borse della spesa, non sapevo che quella cena di benvenuto sarebbe stata l’inizio di un ricatto lungo anni.
Pensavano che volesse gioielli o un viaggio. Quando le chiesero cosa desiderasse davvero, non restò altro da fare che dire l’unica cosa che non aveva mai pronunciato.
Mia madre si chinò davanti a me per tirare fuori una vecchia cassetta dalla scatola e, quando si sistemò la vestaglia molto lentamente, capii che aveva visto ciò che non volevo vedesse.
Ha compiuto diciotto anni e la prima cosa che ha fatto è stata cercare la donna che suo padre gli aveva strappato. Non immaginava che quel pomeriggio, in un bar, lei sarebbe arrivata con un piano diverso.
Quando aprì la porta e ci vide, pensai che quella famiglia sarebbe finita quel pomeriggio. Non immaginavo di sentirla confessarmi all’orecchio desideri che custodiva da anni.
Quando mi chinai per raccogliere il libro, mia sorellastra mi abbassò i pantaloncini. Le tre rimasero a guardarmi in silenzio e capii che nulla sarebbe più tornato come prima.
L’avevo fantasiato per anni: un threesome. Quella notte nel chalet di famiglia capii che la lussuria, a volte, vive molto più vicino di quanto si immagini.
Gli diedi un abbraccio per consolarlo e poi sentii la sua erezione contro il mio fianco. In quell’istante capii che nessuno dei due sarebbe più stato lo stesso.
Ero in coma da un mese quando una mano calda abbassò il lenzuolo in piena notte. Solo aprendo gli occhi scoprii chi aveva deciso di svegliarmi.
Entrai nella mia stanza e la trovai nuda in un angolo, mentre si masturbava e mi guardava. Non disse nulla. Non dissi nulla. Mi sedetti soltanto davanti a lei.
Le sue mani fredde si mossero lentamente dove nessuna mano avrebbe dovuto. Io non emisi alcun suono. Ma quel pomeriggio qualcosa si spezzò e niente tornò più esattamente com’era.
Il medico fu chiaro: sette giorni di trattamento. Mia madre, infermiera di professione, disse che se ne sarebbe occupata lei. Non immaginavo cosa volesse dire.