La notte in cui mi sono concessa al fidanzato della mia migliore amica
Sono scesa in piscina in mutande solo per provocarlo. Non immaginavo che quella stessa notte gli avrei supplicato di non uscire da me.
Sono scesa in piscina in mutande solo per provocarlo. Non immaginavo che quella stessa notte gli avrei supplicato di non uscire da me.
Doveva solo usare il nostro computer in un pomeriggio di pioggia. Ma mi ha mostrato un programma capace di spogliare chiunque e gli ho chiesto di provarlo con me.
Gli dissi di spogliarsi anche lui. Era giusto: mi aveva già vista nuda sullo schermo, mentre io fingevo curiosità tecnica da tutto il pomeriggio.
Gli dissi che non l’avrei toccato, che doveva solo guardare. Ma ogni cartella che apriva sullo schermo mi spingeva un po’ più vicino a oltrepassare la linea che da mesi stavamo sfiorando.
Scese a prendere dell’acqua e li trovò a ridere in giardino. Quella notte, in ginocchio nel corridoio, decisi di ricordare a mio marito a chi apparteneva.
Quando mia madre aprì la porta e vidi chi stava entrando per cena, mi si gelò il sangue: era l’uomo con cui andavo a letto di nascosto da due mesi.
Daniel dormiva sul sedile davanti mentre, a un metro di distanza, suo zio e la sua fidanzata condividevano la stretta cuccetta del camion. E Noelia ormai non voleva più dormire.
Portò liquore casalingo in una tanica senza etichetta e ubriacò il mio ragazzo in un’ora. Quando Sergio iniziò a russare, suo zio mi guardò e capii che la cena era appena cominciata.
Erano passati dodici mesi dall’ultima volta. Svoltai un angolo del centro e mi scontrai con lei: lo stesso profumo, lo stesso sguardo, lo stesso desiderio che credevo dimenticato.
Doveva essere solo una scusa perché sua moglie non sospettasse. Non immaginavo che sarei finito seduto di fronte a loro, incapace di staccare gli occhi da quello che facevano.
Erano anni che entravo di nascosto solo per guardare. Quel pomeriggio d’estate, finalmente, decisi di aprire la porta a uno di loro.
Indosso la lingerie che lei non metterebbe mai e aspetto che bussi alla porta del motel. So che tornerà: a casa sua c’è un uomo che muore di fame.
Sono arrivato a quella festa in costume convinto che sarebbe stata una giornata qualunque con il mio ragazzo. Non immaginavo che sarei finito in ginocchio, a mostrargli ciò che si stava perdendo.
Lavoravo da tre mesi e mi ci aggrappavo come all’oro. Quella mattina, sola con lui prima dell’apertura, scoprii quanto mi piacesse obbedire.
Aveva vent’anni scarsi, una moglie magra che nuotava sotto e occhi affamati che mi supplicavano senza saperlo. Quella sera gli insegnai chi comanda.
Pensavo che avrei dovuto implorarla di tenere il segreto. Non immaginavo che, quando sarebbe tornata in salotto, lo avrebbe fatto con una frusta in mano e degli stivali col tacco.
Io ero il tipo serio, in giacca e fuoristrada. Bastava che una donna mi sfidasse con lo sguardo perché la bestia si svegliasse, e quella fiera di paese la liberò del tutto.
Scesi dall’auto in una strada deserta, con il cuore a mille. Non sapevo che volto avesse la donna con cui scrivevo da mesi, solo che quella notte, finalmente, sarebbe stata mia.
Avevo otto mesi di pancia, gli ormoni a mille e un uomo sudato al lavoro nella stanza del bambino. Quel pomeriggio smisi di essere la moglie composta che tutti credevano.
«Non mi coinvolgo mai con i clienti», gli dissi. Ma il suo corpo era già incollato al mio e la mia stessa voce mi suonò falsa mentre chiudevo il portone del garage.