Chiusi con mia madre, smettemmo di fingere
Non c’erano porte, né finestre, né un domani. Solo lei e io in quella stanza bianca, e un calore tra noi che non aveva più senso continuare a negare.
Non c’erano porte, né finestre, né un domani. Solo lei e io in quella stanza bianca, e un calore tra noi che non aveva più senso continuare a negare.
Da settimane mi immaginavo con vestiti da donna. Quella notte mi misi una lingerie rossa di fettucce, scattai una foto e attesi che qualcuno mi scrivesse qualcosa di proibito.
Credevo di avere la situazione sotto controllo. Credevo che un vecchio senza forze non potesse farmi niente. Quello fu il mio primo errore della mattina.
Quando tutti si addormentarono, Diego rimase accanto a me nel letto. Diceva di non sapere se gli piacessero gli uomini. Quello che accadde dopo nessuno dei due l’aveva previsto.
L’avevo provato prima e avevo sentito solo dolore. Quella notte, in una stanza d’hotel con uno sconosciuto, scoprii quanto mi sbagliavo.
Camminai verso il parco succhiando un lecca-lecca, con la gonna così corta che l’aria fresca mi sfiorava, sapendo che chiunque passasse poteva vedermi.
Lasciai il mio paese, vendetti i mobili e comprai un biglietto di sola andata. L’unica cosa che sapevo con certezza era che Helena mi avrebbe aspettato dall’altra parte del vetro ad Anversa.
La guardavo piegare le lenzuola con quelle calze chiare e pregavo che non notasse il rigonfiamento nei miei pantaloncini. Finché un giorno girò la testa e mi chiese perché la guardavo così.
La saracinesca era a metà abbassata e la chiave girò due volte alle mie spalle. Sono andata lì senza anello e con dodici anni di silenzio sulla lingua.
La seguii in strada convinto che sarebbe stata una notte come tante. Non immaginavo cosa nascondesse sotto quel vestito aderente né fin dove mi avrebbe portato.
Ho aperto la porta appena avvolta in una vestaglia. Quando l’ho visto sul pianerottolo ho capito che quel sabato di febbraio l’avrei ricordato per qualcosa di ben diverso dal caldo.
Mi ha chiamato nel tardo pomeriggio per avvisarmi che sarebbe arrivato tardi. Nel frattempo avevo già iniziato a prepararmi: la parrucca, il trucco, il plug. Mancava solo lui.
Rubén riempì la caffettiera mentre, dall’altra parte della finestra, le nostre mogli smettevano di fingere. Nessuno dei due distolse lo sguardo, e allora la sua mano trovò la mia.
Volevo solo sole e silenzio. Non cercavo nessuno, tantomeno un uomo che mi aspettò sulla riva solo per dirmi che non aveva intenzione di lasciarmi andare.
Salii sul terrazzo per prendere aria perché non sopportavo il caldo. Sentii i suoi passi sulla scala e capii, prima di voltarmi, che quella notte non avrei dormito.
Uscì dal bagno, mi vide mezzo vestito con l’uniforme addosso e disse: «hai delle gambe forti». Lì capii che quel pomeriggio non sarebbe finito come gli altri.
Sognavo entrambi quando sentii il peso di un corpo salire sul letto. Una mano calda mi percorse la schiena e capii, prima di aprire gli occhi, che non era Mateo a essere tornato.
Mi accucciai tra i pini e vidi Bruno inginocchiarsi davanti a uno sconosciuto. In quell’istante capii perché da settimane mi evitava.
Quando le portai le valigie e lei si chinò davanti a me senza il minimo pudore, capii che quei giorni sotto il mio tetto non sarebbero andati come li avevo immaginati.
Erano le sei e quaranta. Lei guardò l’orologio, mi chiese di fermarmi vicino al vicolo e, prima che potessi dire qualcosa, mi stava già baciando.