Lo sconosciuto del bar e la casa di fronte al mare
L’alba trovò i loro corpi nudi sulle lenzuola disfatte. Mateo aprì gli occhi e cercò di ricostruire, ora per ora, come quello sconosciuto fosse arrivato nel suo letto.
L’alba trovò i loro corpi nudi sulle lenzuola disfatte. Mateo aprì gli occhi e cercò di ricostruire, ora per ora, come quello sconosciuto fosse arrivato nel suo letto.
Lo consideravo un amico e basta. Finché, all’alba, mi afferrò per il collo davanti alla discoteca e tutto quello che credevo di sapere su di me crollò.
Quello che doveva essere un pranzo qualsiasi con uno sconosciuto trovato online finì con me nel suo letto, a mordere il cuscino per non gridare.
Ogni volta che chiudeva gli occhi su quella poltrona, tornava al loft del porto, alle mani dell’unico uomo davanti al quale smetteva di fingere chi fosse.
Mezzanotte nell'emittente deserta. Iván si chinò per baciarmi e per un secondo il mondo fu semplice, finché il fantasma dell'altra voce tornò a interferire.
Lavoravamo fianco a fianco tra monitor e sguardi complicità. Poi una sera, a casa sua, ho scoperto la sorpresa che Nadia nascondeva sotto il vestito.
Le offrii di massaggiarle i piedi senza sapere che avrebbe messo il suo proprio dove non osavo chiedere, e che nessuno dei due avrebbe detto una parola.
Da un anno pulivo la sua casa senza che mi guardasse negli occhi. Il pomeriggio in cui mi tolsi le scarpe accanto alla piscina, scoprii che mi fissava i piedi da mesi.
Per mesi avevo fantasticato di stare con una ragazza trans. Quella notte, sul sedile del passeggero, mi sussurrò all’orecchio che aveva capito come la guardavo.
Mi offrì dei soldi per lasciarlo inginocchiare. Quello che non gli dissi è che, una volta a terra, sarei stata io a decidere quanto gli sarebbe costato ogni centimetro.
Quando aprì la porta e lo vide lì in piedi, capì che nessuno lo aveva mai guardato come stava per guardarlo lei. E lui era deciso a dimostrarle che si sbagliavano tutti.
«Non ti muovere da lì», mi ordinò con la voce bassa, premendo il tallone contro di me. E io, uno sconosciuto, obbedii senza pensarci due volte.
Bastò sfilare il tacco dal tallone perché smettesse di guardarmi negli occhi. E io scoprii quanto potere potesse stare sulla punta di un piede.
Aveva i piedi gonfi per la partita e un sorriso che sapeva già tutto. Io volevo solo inginocchiarmi e dimostrarle fin dove ero disposto a spingermi.
Ogni gesto è calcolato: lo sfiorare delle calze, il tacco che pende dalle mie dita, il sorriso che li fa sentire colpevoli. Oggi mi sono alzata con voglia di giocare.
Quel pomeriggio arrivò vestita di nero, si truccò le labbra davanti allo specchio e uscì dicendo che dormiva da una collega. Ci misi anni a sapere dove andasse davvero.
Lo disse ridendo, quasi per gioco: le piaceva quel nostro amico. Non avrei mai pensato che saremmo finiti tutti e tre nella stessa stanza.
Lasciò che la scena si componesse da sola: lui al centro del divano, sua moglie da una parte e la sua amica dall'altra, in un bacio impossibile.
Alle dieci in punto entro nella sala riunioni e, mentre il capo parla di cifre, la mia testa va in un posto dove io e lei non rispettiamo nessuna regola.
Si siede due sedie alla mia sinistra e, mentre la famiglia chiacchiera, la mia testa l’ha già messa a cavalcioni sulle mie gambe. Nessuno lo sa. Neanche lei. Non ancora.