Quello che il camionista fece alla fidanzata di suo nipote
Daniel dormiva sul sedile davanti mentre, a un metro di distanza, suo zio e la sua fidanzata condividevano la stretta cuccetta del camion. E Noelia ormai non voleva più dormire.
Daniel dormiva sul sedile davanti mentre, a un metro di distanza, suo zio e la sua fidanzata condividevano la stretta cuccetta del camion. E Noelia ormai non voleva più dormire.
Portò liquore casalingo in una tanica senza etichetta e ubriacò il mio ragazzo in un’ora. Quando Sergio iniziò a russare, suo zio mi guardò e capii che la cena era appena cominciata.
Erano passati dodici mesi dall’ultima volta. Svoltai un angolo del centro e mi scontrai con lei: lo stesso profumo, lo stesso sguardo, lo stesso desiderio che credevo dimenticato.
Doveva essere solo una scusa perché sua moglie non sospettasse. Non immaginavo che sarei finito seduto di fronte a loro, incapace di staccare gli occhi da quello che facevano.
Erano anni che entravo di nascosto solo per guardare. Quel pomeriggio d’estate, finalmente, decisi di aprire la porta a uno di loro.
Indosso la lingerie che lei non metterebbe mai e aspetto che bussi alla porta del motel. So che tornerà: a casa sua c’è un uomo che muore di fame.
Sono arrivato a quella festa in costume convinto che sarebbe stata una giornata qualunque con il mio ragazzo. Non immaginavo che sarei finito in ginocchio, a mostrargli ciò che si stava perdendo.
Lavoravo da tre mesi e mi ci aggrappavo come all’oro. Quella mattina, sola con lui prima dell’apertura, scoprii quanto mi piacesse obbedire.
Aveva vent’anni scarsi, una moglie magra che nuotava sotto e occhi affamati che mi supplicavano senza saperlo. Quella sera gli insegnai chi comanda.
Pensavo che avrei dovuto implorarla di tenere il segreto. Non immaginavo che, quando sarebbe tornata in salotto, lo avrebbe fatto con una frusta in mano e degli stivali col tacco.
Io ero il tipo serio, in giacca e fuoristrada. Bastava che una donna mi sfidasse con lo sguardo perché la bestia si svegliasse, e quella fiera di paese la liberò del tutto.
Scesi dall’auto in una strada deserta, con il cuore a mille. Non sapevo che volto avesse la donna con cui scrivevo da mesi, solo che quella notte, finalmente, sarebbe stata mia.
Avevo otto mesi di pancia, gli ormoni a mille e un uomo sudato al lavoro nella stanza del bambino. Quel pomeriggio smisi di essere la moglie composta che tutti credevano.
«Non mi coinvolgo mai con i clienti», gli dissi. Ma il suo corpo era già incollato al mio e la mia stessa voce mi suonò falsa mentre chiudevo il portone del garage.
Ho visto il suo nome sullo schermo e ho capito che non avrei dovuto rispondere. Ma l’ho fatto, e appena ho sentito la sua voce sono tornata la donna che avevo giurato di non essere più.
Parcheggiai accanto alla sua auto senza sapere che quel pomeriggio libero sarebbe finito con lei che saliva sulla mia, nell’angolo più buio del parcheggio.
A ottantasette anni credeva di aver sentito tutto. Poi lei si inginocchiò dall’altra parte della grata e cominciò a raccontarmi cosa faceva quando il marito viaggiava.
Mi nascosi nel soppalco dello spogliatoio con Bruno dietro la schiena. Sotto, mia madre e la sua amica si spogliavano tra gli operai, e io non riuscii a staccare gli occhi.
Alle quattro del mattino, chiuso sotto le lenzuola con il telefono di mia madre, cominciai ad aprire cartella dopo cartella senza immaginare che nulla sarebbe più stato uguale.
Lei aveva l’età per essere mia madre ed era la moglie di un uomo che non la guardava nemmeno. Io volevo solo tornare in quella cucina ogni pomeriggio.