La notte in cui tutti la guardarono nel club libertino
Le dissi che il limite lo decideva lei. Non immaginavo che mi sarebbe piaciuto così tanto restare a guardare mentre altri la scoprivano.
Le dissi che il limite lo decideva lei. Non immaginavo che mi sarebbe piaciuto così tanto restare a guardare mentre altri la scoprivano.
La prima volta fu un riflesso nel vetro: una sagoma immobile dall’altra parte del patio, che la guardava fare colazione in vestaglia. Non scostò la tenda. Non la chiuse nemmeno.
Quando le abbassai il tanga per metterle la crema, capii che la coppia accanto aveva smesso di fingere. E allora capii che guardare faceva parte del gioco.
Aprii la porta con le cuffie addosso, senza sospettare nulla. Quando sbirciai nel salotto, lui non era solo, e ebbi la freddezza di restare a guardare.
Era da un po’ al mio fianco, a spiarmi mentre io mi perdevo nel quadro. Quando finalmente parlò, capii che desideravamo esattamente la stessa cosa.
Avrei potuto resistere benissimo, ma non volevo. Scesi dalla macchina, lasciai la portiera socchiusa e aspettai che i fari della strada mi trovassero accovacciata.
Avevo la finestra aperta e la mano dove non doveva essere quando sentii la sua voce a tre metri di distanza. Quando aprii gli occhi, lei mi stava già guardando.
È cominciato davanti a una webcam, al buio e al sicuro. Ma quel pomeriggio, sulla spiaggia del bacino, non c’era alcuno schermo: solo il mio corpo, il sole e gli occhi di uomini che non distoglievano lo sguardo.
Mi sedetti nella penombra, decisa a non toccare nessuno e a limitarmi a osservare. Ma le mie dita avevano altri piani, mentre lei si offriva a due uomini a un metro da me.
Lei si alzò il vestito, mi guardò con un sorriso e cominciò a toccarsi per il camionista che viaggiava accanto a noi. Era solo l’inizio di un viaggio che non avrei dimenticato.
A centocinquanta metri dal mio ombrellone, lei lo accarezzava senza nascondersi. Capii che sarei tornato dalle dune per non perdermi nulla di ciò che sarebbe successo dopo.
Ti ho detto che il viaggio cominciava alle quattro del mattino. Non ti ho detto che metà del piacere sarebbe stata in chi ci avrebbe guardati per strada.
Quando la mia amica aprì la borsa non c’era nessuna uniforme: solo delle ali, una guêpière e delle autoreggenti a rete. E il tir ci stava già aspettando per partire.
Avevo solo sceso per un bicchiere d’acqua. Quello che sentii al piano di sotto mi lasciò inchiodata sull’ultimo gradino, trattenendo il respiro per non farmi sentire.
Quando ho incrociato il suo sguardo dall’altra parte del vetro, ho capito che quella stessa sera avrei trasformato la sua curiosità in qualcosa che nessuno dei due avrebbe dimenticato.
Da subito mi ha chiesto una foto per vantarsi con le amiche. Non immaginavo fino a dove sarebbe arrivato il suo piacere nel mettermi in mostra davanti alle altre.
Sapevo che mi spiava ogni pomeriggio dal suo balcone. Quello che non sapevo era quanto mi piacesse, e fin dove ero disposta a spingermi.
La osservava ogni mattina dallo spioncino alle 7:15 in punto. Quello che non sapeva era che lei contava i suoi passi dietro i propri ogni volta che scendeva le scale.
La prima mattina la trovai in cucina quasi nuda, che si muoveva come se io non esistessi. Lì capii che il gioco di suo marito era appena cominciato.
Marcos credeva di dirigere il gioco. Sua moglie mi lanciò uno sguardo di sbieco, lasciò cadere l’asciugamano e capii che l’unica regola la decideva lei.