La bibliotecaria mi aspettava nel seminterrato dei libri
Quando mi fece un gesto dal corridoio centrale, capii che l’elenco dei libri presi in prestito a mio nome era solo la prima delle trappole che mi avrebbe teso quella notte.
Quando mi fece un gesto dal corridoio centrale, capii che l’elenco dei libri presi in prestito a mio nome era solo la prima delle trappole che mi avrebbe teso quella notte.
La trovai mentre si mordeva il labbro davanti allo specchio, con il bikini addosso e l’inguine già bagnato. Non avrei aspettato che fosse pronta.
Quando ho incrociato le gambe, sapevo già che le tre avevano architettato qualcosa. Non immaginavo però quanto mi sarebbe costato restare zitta per tutta la notte.
Quando Daniela mi chiese se poteva dormire con me quella notte, capii che nessuna delle due sarebbe più stata la stessa al mattino.
Quattro giorni legato al suo letto, dodicimila euro più ricco e un corpo che non si oppone più allo stesso modo. Il peggio non è ciò che mi fa: è ciò che comincia a brillare nei miei occhi.
Mi hanno suonato mentre lei finiva di stendere. Io mi sono nascosto in camera e l’ho vista andare ad aprire senza niente addosso, solo zeppe e sorriso.
La porta dell’ufficio restò socchiusa e, senza volerlo, mi ritrovai testimone di qualcosa che non avrei dovuto guardare né ascoltare, ma da cui non riuscii più a staccarmi.
Premetti il citofono con le mani che tremavano. Vent’anni più grande, sadico dichiarato, senza pietà. E io, vergine, a supplicarlo di cominciare non appena chiusa la porta.
Profumava di pelle pulita e di profumo costoso. La mia lingua si mosse prima della testa e, quando lei si voltò a guardarmi, capii che non c’era più ritorno.
Erano quasi le undici di sera e tutto l’edificio sembrava vuoto. Quando girai la sedia, mancava solo che qualcuno aprisse quella porta. E la aprirono.
Salii le scale dietro di lei con gli occhi incollati alla sua gonna, senza immaginare che quella notte non sarei stato io a prendere le decisioni.
Quando vibra il telefono alle quattro del mattino so che è lui, che nessun altro lo ha voluto stanotte e che pagherà qualsiasi cifra pur di farmi andare.
Quando ho aperto la porta e li ho visti tutti e tre sul pianerottolo con le tute blu, ho capito che quel pomeriggio si sarebbe rotto qualcosa, e non era solo la lavatrice.
Quando aprii la porta e la vidi lì, scalza e col mascara colato, capii che non era venuta per parlare. Veniva a riprendersi ciò che aveva lasciato in sospeso.
Tre settimane senza sue notizie e non ce l’ho più fatta. Gli ho scritto «holi» e la sua risposta mi ha ricordato l’unica cosa che ero per lui: la sua troia obbediente.
Entrai in quella stanza credendomi padrona della situazione. Ne uscii sapendo esattamente a chi dovevo il silenzio.
Sono arrivato nel suo appartamento convinto che l’avrei penetrato. Sono uscito scoprendo che il mio corpo aveva sempre cercato l’esatto contrario.
Quando mi indicò in mezzo alla marea di gente, capii che quella notte avrei rotto qualcosa che cercavo da anni di tenere intatto.
Quando Sofía entrò in salotto e trovò l’usuraio legato e suo marito con il fucile in mano, capì che la sua menzogna era arrivata alla fine.
Quando Inés scostò la tenda, la sua ragazza era già sopra un’altra, ansimante per un orgasmo che non era il suo.