Il mio vicino avvocato ci osservava dalla sua finestra
Quando mi sporsi dal finestrino dell’auto per vedere se mia sorella fosse ancora sveglia, lo scoprii alla finestra, mentre fumava. E capii che non avrebbe distolto lo sguardo.
Quando mi sporsi dal finestrino dell’auto per vedere se mia sorella fosse ancora sveglia, lo scoprii alla finestra, mentre fumava. E capii che non avrebbe distolto lo sguardo.
Sono scesa in camera per sfuggire al rumore. Mi sono ritrovata con le gambe aperte davanti allo specchio, mentre tutti brindavano a pochi metri senza sospettare nulla.
Eravamo separati da sei anni, ma quel baby doll in vetrina mi riportò a una mattina qualunque e a un video dimenticato in una cartella persa del computer.
Volevo che la guardassero. Che se la mangiassero con gli occhi. Quello che non immaginavo era che uno degli sconosciuti in fondo avrebbe osato cercarla sotto le docce.
Quella cartella non doveva esistere. Ma la aprii e, tra centinaia di foto di me addormentata e nuda, trovai qualcosa di peggio: l’e-mail in cui lui le regalava.
A diciotto anni credevo di aver visto tutto, finché mia cugina abbassò le tapparelle, mise quel film e cominciò ad accarezzarsi senza togliermi gli occhi di dosso.
Accesi il cellulare, aprii appena le tende e aspettai che la sua ombra attraversasse la finestra mentre io restavo nuda davanti allo specchio.
Chiusi gli occhi nel camerino vuoto e lasciai che la fantasia mi portasse più lontano di quanto avessi immaginato. Quando li riaprii, non c’era più ritorno.
Ho iniziato il diario perché nella mia vita non succedeva niente e l’ho chiuso perché ha cominciato a succedere di tutto. Tra tirocini firmati e un ragazzo che sapeva aspettare, non sono stata più la stessa.
Le dissi che ormai poteva farsi il bagno da sola. Lei abbassò la testa e sussurrò che aveva ancora paura. Non immaginavo fino a dove sarebbe arrivata quella doccia.
Posai la tazza sul comodino, mi inginocchiai accanto al letto e capii che quella mattina nulla sarebbe mai più stato come prima in quella casa.
Dietro gli occhiali scuri nessuno sa dove guardi un uomo, e quel pomeriggio di luglio lui decise di guardare ben oltre la linea dell’ombrellone.
Quando uscii dal bagno quel pomeriggio, lo vidi togliere la mano da dentro i pantaloni. E il televisore era più basso del solito. Non fu un caso.
Ho passato ventotto anni sposata con un uomo che mi trattava come un mobile. A cinquantadue anni un fattorino ha suonato al campanello e mi ha restituito cose che nemmeno sapevo fossero perdute.
Parlavamo su WhatsApp da quasi un anno senza esserci mai visti. Quel pomeriggio, nella stanza d’albergo, si sedette davanti a me e cominciò a togliersi i vestiti.
Aprii le tende, accesi la lampada nell’angolo e seppi che lui si sarebbe affacciato dalla terrazza vicina. Quella notte gli avremmo dato qualcosa che non avrebbe mai osato chiedere.
Mi ero vestita per spaccare la testa al mio ragazzo. Ad aprire la porta fu suo fratello maggiore, e i suoi occhi mi percorsero tutta prima di salutarmi.
Scese al bagno una notte senza elettricità convinto di essere solo in casa. La luce di un cellulare illuminava la cucina e capii perché i due si comportavano in modo così strano.
Ci siamo incontrati per caso in ascensore. Aveva delle scatole e io le mani libere. Accettai di aiutarla senza sapere che quel ripostiglio ci avrebbe chiusi dentro.
Cinque cugini, un amico e una sauna isolata. Quel addio sarebbe iniziato in una jacuzzi con due bocche che si alternavano sul mio cazzo e finito all’alba.