Mi manca ancora il collare che il mio padrone mi mise
Questa mattina, mentre aspettavo il caffè, mi sono rivista in ginocchio sul pavimento appena lucidato, con le gambe intorpidite e lo sguardo basso, in attesa di un suo solo ordine.
Questa mattina, mentre aspettavo il caffè, mi sono rivista in ginocchio sul pavimento appena lucidato, con le gambe intorpidite e lo sguardo basso, in attesa di un suo solo ordine.
Appoggiata al muro del salone, ascoltai mio padre rivendermi ancora una volta. Quella notte smisi di essere una merce di scambio e presi l’ultima decisione che mi restava.
Ero uscita decisa a farmi vedere con altri, ma finii tra due auto, in una strada vuota, a farmi usare da uno che conoscevo appena.
I miei pazienti mi raccontano i loro segreti e io annuisco come se i miei non fossero peggiori. Oggi, per la prima volta, ti dirò la verità su di me.
Era il mio migliore amico, il mio confidente. Quella notte di fiera, tra vino e risate, la sua mano sulla mia vita accese qualcosa che non avevo mai provato per lui.
L’ho tenuto per più di un decennio. Tutto è iniziato per colpa di un paio di calze bianche ed è finito in un’auto, alle due del mattino, con la persona con cui avrei dovuto avere meno a che fare.
Avevamo deciso di scambiarci alcune foto. Quello che nessuno dei due disse ad alta voce era che quel ritrovarsi aspettava da mesi di accadere.
L’ospedale odorava di cloro, ma lei respirava soltanto il ricordo delle sue mani callose sulla schiena e il sospetto che quella notte non le avrebbe aperto la porta.
Marisol era seduta sul bordo del letto con il bambino al seno, completamente nuda, quando spinsi la porta. Il latte le colava da solo e lei non mi chiese di andarmene.
Alle elementari mi voleva più bene di quanto io fossi capace di ricambiare. Vent’anni dopo, la sua voce al telefono era identica e mi tremavano le mani.
Ci sono cose che non ho mai detto ad alta voce. Questa è una di quelle: quello che mia cugina aveva pianificato con me quell’gennaio, senza che me ne accorgessi finché non era troppo tardi.
Mancava un’ora alla cena, i bambini guardavano i cartoni in salotto e attraversai il giardino cercando mia moglie. La porta della lavanderia era socchiusa.
Lo conoscevo dai tempi del liceo come il più macho della classe. Ieri sera mi ha vista trasformata in un’altra e, il giorno dopo, il suo messaggio non lasciava dubbi.
La voce dall’altra parte dell’auricolare mi diede un ordine semplice: non potevo venire finché non lo decideva lei. Poi sparì senza dirmi quando sarebbe tornata.
Chiamai il suo numero quando calcolai che ce l’avesse già sotto di sé. Volevo sentirla gemere mentre un altro uomo la prendeva, senza sapere che io ero complice del piano.
Le iniziali dell’amante non erano scritte per esteso, ma coincidevano con quelle dell’uomo che in quel momento fumava sul mio balcone.
Quando mi chiese di spalmarle la protezione solare, le mie mani sapevano già ciò che la mia bocca non osava ancora dire.
La voce attraversò il panificio come polvere da sparo: Spighetina era tornata. E l’unico uomo che l’aveva conosciuta davvero sentì il passato crollargli addosso.
Attraversai il piazzale, affamata e con un odio sottile per l’umanità, e allora la vidi cadere sull’asfalto per un pugno. Era la mia capa.
Sotto le luci della morgue le sue mani non tremavano. Ma chiudendo gli occhi tornava a sentirla contro le piastrelle degli spogliatoi, sudata, mentre le mordeva il collo.