La mia prima uscita con un altro uomo non andò come speravo
Ci pensavo da mesi. Quella notte, in un hotel lontano da casa, aprii l’app e salì in camera da me il primo che comparve a un metro di distanza.
Ci pensavo da mesi. Quella notte, in un hotel lontano da casa, aprii l’app e salì in camera da me il primo che comparve a un metro di distanza.
Scese in bagno con i tacchi in mano e senza capire ancora cosa avrebbe significato passare un’intera giornata a uscire come Luna al braccio di Bruno in quel paese.
Avevamo visto video strani sul suo computer quella volta in ufficio. Quello che non immaginavo è che mesi dopo, la stessa curiosità sarebbe finita sul divano, sotto la coperta.
Quando prestai lo slip rosso a Bruno quella mattina, non immaginavo che il mio vicino sarebbe venuto a prenderci e che il sentiero verso il fiume sarebbe finito in qualcosa che non avevamo mai fatto.
Ci sedemmo una di fronte all’altra con un martini a testa. Una sola regola: guardarci, parlarci, annusarci. Toccarci, vietato. E lei aveva un cubetto di ghiaccio in mano.
Salii in ascensore con i tacchi e la parrucca, pregando di non incontrare nessuno. Lui aprì in accappatoio e mi chiamò troia prima ancora che dicessi ciao.
Mi guardai allo specchio con la sua lingerie addosso, i tacchi e le labbra dipinte, e capii che non potevo restare a casa. Erano le due di notte.
Pensavo fosse solo curiosità. Finché ho visto la sua foto, ho sentito il battito accelerare e ho capito che da tre anni evitavo ciò che avevo già deciso.
Cercare sesso su internet era sempre andato bene, fino a quel venerdì pomeriggio nella camera 207, quando capii che con gli sconosciuti non si sa mai.
Avevamo rifiutato tre coppie. Quando finalmente trovammo quella perfetta, ci imposero una condizione che non avremmo mai immaginato nemmeno nei sogni più strani.
Quando sono uscita dal bagno con tacchi, calze e baby doll rosso, la sua faccia ha detto tutto: non ero più la «figlia» del suo migliore amico, ero qualcos’altro.
Arrivai al motel quindici minuti prima, con le mani sudate. Quando lo vidi attraversare il parcheggio, capii che non sarei uscito da quella stanza lo stesso di prima.
Quel sabato mia zia uscì di fretta. Il suo amante stava ancora dormendo in camera. Quello che feci in silenzio cambiò tutto ciò che pensavo di me.
Per tre mesi ci scambiavamo messaggi con uno sconosciuto sposato, finché quel pomeriggio al centro commerciale decidemmo che non potevamo più limitarci a scrivere.
Mi mise le manette di velluto ai polsi e la mascherina sugli occhi. Mi disse di fidarmi, che mi sarebbe piaciuto. Non sapevo come dirgli di sì.
Quando ho aperto la porta della camera da letto, l’ultima cosa che mi aspettavo era trovare la mia ragazza sotto la sua amica, con le gambe aperte e uno sguardo che mi vietava di entrare.
Fino a quella notte pensavo di conoscere già tutti i miei limiti. È bastato uno sguardo, un suo gesto, e tutto quello che credevo di sapere sul mio desiderio è crollato in silenzio.
Fingevo da anni. Quando lei propose di passare il fine settimana su una spiaggia nudista con i suoi amici, non immaginavo che fosse la trappola perfetta per farmi uscire allo scoperto senza preavviso.
La stavo guardando di sottecchi da mezz’ora quando mi parlò. Dietro le rocce, nessuno dei due aveva intenzione di rivestirsi per il resto del pomeriggio.
Quando uscii dalla doccia rasato e stordito dal rum, lo vidi seduto sul letto con un collare rosa e una parrucca. Capii che quell’isola non era un rifugio: era una trappola.