Morimmo lo stesso giorno e scegliemmo di passare insieme l’eternità
Quando aprii gli occhi in quella suite di marmo nero, lei era lì, nuda, a guardarmi come se mi conoscesse da sempre. Forse la morte fu il mio incidente migliore.
Quando aprii gli occhi in quella suite di marmo nero, lei era lì, nuda, a guardarmi come se mi conoscesse da sempre. Forse la morte fu il mio incidente migliore.
Eravamo sposati da anni quando mi confessò che la sua fantasia più grande non riguardava un altro uomo. Riguardava me e un’altra donna. E aveva già la candidata perfetta.
Quando Ricardo mi spiegò cosa voleva fare con me e con i suoi cinque amici nella casa di campagna, avrei dovuto dirgli di no. Ci pensai sei giorni prima di accettare.
Eravamo da mesi in una routine comoda. Quel pomeriggio nel boschetto di pini, con un’altra coppia a tre metri, la mia ragazza decise che bastava aspettare che facessi tutto io.
Erano tre giorni che non dormivo bene, ripetendo nella mia testa ogni dettaglio di quella notte con lui. Quella mattina, mentre il caffè si raffreddava, sollevai il telefono.
Andavo solo a provare dei jeans. Lei stava dall’altra parte della tenda, con un sorriso che non si riserva a un cliente qualunque.
Mancavano tre ore all’arrivo e il signore del posto accanto aveva già tirato fuori una coperta dalla borsa. Mi disse che aveva freddo. Io non avevo affatto freddo.
Salì tre piani fino a una porta senza insegna pensando di sapere cosa l’attendeva. Quello che scoprì in quella stanza non era in nessun annuncio.
Avevo trentadue anni e non mi ero ancora permessa di pensare a un’altra donna senza provare vergogna. Quella notte spensi la luce, respirai a fondo e smisi di scappare.
Era iniziata come una notte qualunque davanti allo schermo, ma quando ho premuto invio a quel messaggio, ho capito che non c’era più ritorno.
Era spenta da anni per un dolore profondo, finché quella voce grave riempì il locale e vidi i suoi occhi tornare a brillare come quando l’avevo conosciuta.
Cercavo qualcosa di temporaneo mentre studiavo. Ma quella notte, quando lui tolse l’avatar e mi chiamò con la webcam accesa, capii che non sarei più tornata indietro.
Quando la porta di legno della mia cella scricchiolò dopo mezzanotte, seppi che era lui. Chiusi gli occhi. Non ero entrata in convento per fuggire dal mondo: ero entrata per fuggire da ciò che provavo per quell’uomo.
Chiusi gli occhi sulla panchina del lungomare e allargai un po’ di più le gambe. Il vento fece il resto. Sapevo che mi guardavano, ed era esattamente ciò che cercavo.
Mi ero promessa un rapidino prima di continuare a lavorare. Finimmo due volte, con il suo sapore ancora nella mia bocca quando scesi in cucina per un caffè.
Attraversai la porta con addosso solo un mantello di velluto rosso e nient’altro sotto. La regola era chiara: nessuno sapeva chi fosse nessuno, e quella notte cambiò tutto.
Lo lasciai sul tavolo, accanto alle chiavi, e mi sedetti sul divano del salotto ad aspettare. Volevo vedere quanto ci avrebbe messo ad accorgersi che la sua vita si era appena spezzata in due.
Quando scostò i rami del salice e mi spinse contro il tronco, capii che non saremmo più tornati al caffè per le cose che avevamo dimenticato.
Arrivai al parco dieci minuti prima e pensai di scappare tre volte. Quando li vidi arrivare mano nella mano, capii che avrei detto sì a tutto.