Il pizzo che abbiamo provato sulla sua pelle nuda
Mancava poco alla chiusura quando suonò il campanello. Entrarono lui e lei, chiesero pizzo nero e, senza saperlo, mi offrirono il pomeriggio che da mesi fantasticavo da sola.
Mancava poco alla chiusura quando suonò il campanello. Entrarono lui e lei, chiesero pizzo nero e, senza saperlo, mi offrirono il pomeriggio che da mesi fantasticavo da sola.
So che non dovrei, ma ogni volta che cammino sola di notte lo cerco con lo sguardo: quello sconosciuto che mi schiacci contro un muro e non mi chieda permesso.
Quella notte scesi per un bicchiere d’acqua e lui era sveglio sul divano. Quello che successe dopo nel mio letto, con mio patrigno che respirava dietro la porta, mi brucia ancora.
Nuotò verso di me senza smettere di guardarmi e, nell’acqua tiepida del tramonto, capii che ciò che provavamo da ragazzi non se n’era mai andato del tutto.
Quando arrivò l’ultima sfida della notte, sapevo che potevo dire di no. Quello che nessuno si aspettava era che dicessi di sì con quel sorriso sulle labbra.
Da mesi ripeto nella testa sempre la stessa scena durante il viaggio di ritorno. Oggi, quando il posto accanto si è occupato, mi si è quasi fermato il respiro.
Sono arrivata a casa, ho lanciato i tacchi in aria e ho lasciato che la mia immaginazione facesse ciò che non oserei mai fare in ufficio.
Bastava usare un certo tono di voce e mio figlio mollava il controller, mia moglie si spogliava. Ci misi due settimane a capire cosa fare con un potere simile.
Erano le tre del mattino, la casa in silenzio, e io con il telefono premuto contro il petto in attesa che quella voce senza corpo mi dicesse, finalmente, tutto ciò che immaginavo da settimane.
Gli diedi due baci davanti a sua madre e, senza che nessuno se ne accorgesse, decisi di seguire il gioco fino dove nessuno dei due pensava di arrivare quella mattina.
Mi arrivava appena al gomito quando mi prese per mano. In sei minuti scoprii che il mio corpo non conosceva le regole che mi ero imposta.
Arriva alle dieci e mezza, si appoggia alla pensilina e accavalla le gambe. Lei non lo sa, ma nella mia testa abbiamo già fatto tutto ciò che non osiamo mai fare.
La mia amica credeva che fossimo uscite a prendere aria. Io avevo già scelto la mia preda: il moro che giocava con suo figlio a dieci metri da noi.
Prima nascondevo tutto. Quella sera entrai in sala senza biancheria, con la gonna corta e la certezza che qualcuno avrebbe guardato. E io volevo che guardasse.
Quando il treno se ne andò senza di me, credetti che la notte fosse perduta. Poi lo vidi dall’altra parte del binario, immobile, a guardarmi come se mi stesse aspettando da sempre.
Tre ore sotto il sole, fradicio di sudore, e dall’ombra dell’albero vide sulla terrazza qualcosa che gli tolse il fiato: loro sapevano che li guardava.
Sono entrata in bagno con il perizoma addosso e ne sono uscita con quello annodato tra i capelli. Non immaginavo che la fila per entrare in sala sarebbe stata la parte più lunga della notte.
Gli servii un tè per farlo rilassare, ma capii che il lavoro non era l’unica cosa che lo teneva teso. E quella notte decisi di fare qualcosa al riguardo.
Gli diedero la carica a un antico orologio e, all’alba, il suo corpo non era più il suo. Una settimana di piacere rubato con un prezzo da riscuotere solo nell’ultima notte.
Erano le due di notte, eravamo soli al 25° piano e lei aveva la schiena bloccata. Quello che iniziò come un favore finì per essere altro.