Ha avuto un amante a Firenze e suo marito non l’ha mai saputo
Era sposata da quindici anni e non aveva mai guardato un altro uomo. Finché Lorenzo non le propose di mostrarle il suo laboratorio alle sette del mattino e chiuse a chiave la porta.
Era sposata da quindici anni e non aveva mai guardato un altro uomo. Finché Lorenzo non le propose di mostrarle il suo laboratorio alle sette del mattino e chiuse a chiave la porta.
Avevo la casa tutta per me, quattro bicchierini in corpo e la certezza che quattro uomini mi osservavano dall’impalcatura. Non avrei sprecato quella mattina.
Chiusi gli occhi nel camerino vuoto e lasciai che la fantasia mi portasse più lontano di quanto avessi immaginato. Quando li riaprii, non c’era più ritorno.
Quando mi mise la maschera nera e aprì la porta del privé, non immaginai che dietro una di quelle facce si nascondesse qualcuno che conoscevo dall’infanzia.
Avevo passato metà della mia vita con la stessa donna quando quella sconosciuta in stampa leopardata si sedette accanto a me e mi guardò come nessuno mi guardava da anni.
Suonò il campanello alle sette e mezzo e capii che il mio matrimonio era appena cambiato per sempre. Lei scese le scale senza reggiseno, li guardò e sorrise.
Quando aprii la porta non era solo: dietro di lui, con quel sorriso da marchettaro di cui si è esercitato la posa, c’era un uomo che non avevo mai visto in vita mia in quartiere.
Quando il temporale ci lasciò fradice, mi ordinò di togliermi i vestiti bagnati e cominciò a spogliarsi senza pudore. Cercai di nascondere il tremore delle mani.
Quando la sua mano si posò sulla mia anca e mi sussurrò «ciao, bambola», pensai che stesse parlando a una delle mie amiche. Quando mi voltai, capii che quella notte non sarebbe finita come immaginavo.
Sono uscito a fumare nel buio e l’ho visto: accovacciato dietro la palma, con lo sguardo fisso sulla finestra dove lei si spogliava senza sapere di essere guardata da due.
La tenda granata mi separava dalla strada vuota. Mara si chinò a chiudermi i gancetti del body e, senza avvisare, le sue dita rimasero un istante di troppo.
L’asciugamano mi copriva appena quando bussai alla porta del vicino del settimo piano. Accettò di aiutarmi ad aprire l’appartamento solo se lasciavo cadere l’unica cosa che avevo addosso.
Quando il primo si avvicinò all’auto, mia moglie aveva già la gonna alzata e la blusa aperta. Il resto lo vidi tutto da un divano, bicchiere in mano, senza respirare.
Alle due di notte, in quella sala con le luci rosse, smisi di fingere che fossi entrata solo per accompagnare mio marito. Stavo guardando. E mi stava piacendo troppo.
Incrociai il suo sguardo nella caffetteria dell’area di servizio. Sapevo che mi avrebbe seguito in bagno, e sapevo anche che da lì non sarei uscito uguale a com’ero entrato.
C’erano cinque posti vuoti sul bus eppure scelse il mio. Sorrise, si sistemò lo scialle sulle ginocchia, e capii che qualcosa stava per cominciare prima ancora di partire.
La osservavo da settimane dal suo tavolo nell’angolo, con quella calma che mi scompaginava qualcosa dentro. Quando si sedette davanti a me durante la pausa, non era sola.
Quella mattina ho deciso di uscire senza niente sotto la gonna. Non volevo essere toccata, solo osservata. E nella gelateria al piano di sopra qualcuno se ne è accorto.
Quando si è tolto la camicia per cambiarsi, ho capito che non sarei stato in grado di concentrarmi su nulla di ciò che diceva di viti e ripiani.
Pensavo che il buio del cinema mi avrebbe distratto dal fallimento con lei. Non avevo previsto che proprio quel signore, che mesi prima ci aveva sorpresi, si stesse lavando le mani accanto a me.