Il mio tirocinante mi ha beccato e non è uscito dall’ufficio
Erano quasi le undici di sera e tutto l’edificio sembrava vuoto. Quando girai la sedia, mancava solo che qualcuno aprisse quella porta. E la aprirono.
Erano quasi le undici di sera e tutto l’edificio sembrava vuoto. Quando girai la sedia, mancava solo che qualcuno aprisse quella porta. E la aprirono.
Il receptionist gli fece l’occhiolino consegnandogli l’asciugamano. Quel gesto fu solo l’inizio: in ogni sala lo aspettava un corpo diverso e un nuovo calore.
Sono sceso dall’autobus con la testa in fiamme e i pantaloni stretti. Sapevo perché andavo nel terreno incolto, ma non che sarei stato scopato tre volte di fila.
Quando scesi scalzo in cucina quella mattina e vidi mio padre seduto in mutande, capii che qualcosa si sarebbe spezzato prima della prima tazza di caffè.
Sapevano che l’odore forte e il pelo mi fanno impazzire più di poche altre cose. Quel sabato arrivarono con quel sorriso che voleva dire una sola cosa: la sorpresa era per me.
Quando arrivai al prato, Iker mi stava già aspettando appoggiato alla pietra, con quel sorriso nervoso che riservava solo a me quando eravamo da soli.
Quando mi disse che da travestito somigliava alla cantante del bancone, sua madre sorrise e capii che quella non sarebbe rimasta una battuta.
La Polaroid mi pendeva dal collo quando lei apparve sotto la soglia, scalza e sorridente, scortata da due uomini che non avevo mai visto prima.
Quando vibra il telefono alle quattro del mattino so che è lui, che nessun altro lo ha voluto stanotte e che pagherà qualsiasi cifra pur di farmi andare.
Quando sentii il suo cazzo contro le mie natiche nel buio, capii che quella notte nessuno dei due avrebbe dormito. E quindici anni dopo ci penso ancora.
Quando le luci si spensero al 22º piano e capii che saremmo rimasti per ore da soli con lui, non immaginavo fino a dove saremmo arrivati.
Gli restituìi lo sguardo con il foglietto in tasca, senza sapere ancora che quel pomeriggio avrei chiamato il suo numero e scoperto fin dove arrivava la sua proposta.
Andrés chiuse a chiave la porta anche se sapeva che non c’era nessuno al piano. Quando tornò a porsi davanti a me, non era più il mio capo, ma qualcos’altro.
Diego mi eccitava da sempre e lo evitavo per via del mio ragazzo. Finché quel pomeriggio mi portò in sauna e capii che non avrei potuto continuare a mentirmi.
Don Salvador era nel palazzo da un mese quando lo beccai a nascondere il telefono. Non vidi cosa guardava, ma dal modo in cui balbettava lo immaginai subito.
Lo conobbi a una premiazione in cui nessuno dei due voleva stare. Gli diedi da accendere nel corridoio sul retro e, senza saperlo, gli diedi anche tutto il resto.
Il mio amico bevve l’ultimo sorso, mi guardò dal divano e cominciò a raccontarmi perché aveva lasciato sua moglie una mattina di giugno, senza preavviso.
Aveva vent’anni, due mesi e quattordici giorni quando riempì il serbatoio, salì verso la sierra e spinse la porta dell’unica macelleria aperta di Risca Alta.
Sono arrivato nel suo appartamento convinto che l’avrei penetrato. Sono uscito scoprendo che il mio corpo aveva sempre cercato l’esatto contrario.
Era già passata l’una quando bussò alla mia porta. Abitava a due isolati, con il suo ragazzo, e giurava che mi avrebbe fatto solo un pompino veloce. Nessuno dei due mantenne la promessa.