Le notti in cui diventavo Sabrina
Davanti allo specchio smettevo di essere Sebastián. Mi mettevo le sue calze, la sua gonna, il suo profumo, e diventavo la donna che nessuno sapeva che avessi dentro.
Davanti allo specchio smettevo di essere Sebastián. Mi mettevo le sue calze, la sua gonna, il suo profumo, e diventavo la donna che nessuno sapeva che avessi dentro.
Dissi ai miei genitori che avrei passato la giornata con un’amica. In realtà andavo a casa di Renata, dove mi aspettavano una parrucca, una gabbia rosa e un uomo che sapeva cosa voleva da me.
Sotto la tuta portavo solo autoreggenti a rete e un tanga di pizzo. Non cercavo un portone qualunque: cercavo il posto dove mi avrebbero trattato come un oggetto.
Il vestito mi fasciava il corpo, i collant mi sfioravano a ogni passo e, quando quell’uomo mi tese la mano per ballare, capii che non sarei tornata a casa la stessa.
Pensavo di aver perso la borsa con le mie foto più intime. Quando il dottore mi scrisse quella sera, capii che aveva già visto chi ero davvero.
Attraversai il salotto per bere un bicchiere d’acqua senza ricordare che le tende erano ancora aperte. Dall’altra parte del vetro, i suoi occhi mi avevano già trovata.
Entrai cercando biancheria intima per compiacere un altro uomo e uscii scoprendo che le mani di una donna possono far tremare ciò che non aveva mai tremato con me stessa.
Mi guardai allo specchio con la parrucca e il vestito trasparente, e capii che quella notte avrei lasciato che uno sconosciuto mi facesse tutto ciò che immaginavo da settimane.
Mi salvai il suo numero come «S.1». Due giorni per pentirmi e non una volta volsi farlo: volevo che mi usassero di nuovo, peggio della prima volta.
Lo avevo immaginato per anni: truccarmi, indossare le calze e consegnarmi a un uomo per la prima volta. Quel pomeriggio, in una stanza d’hotel, smisi di immaginarlo.
Ero pronta dalle quattro del pomeriggio, fradicia e vogliosa, quando quell’uomo basso bussò alla mia porta senza immaginare che avrei scoperto il suo soprannome a forza.
Sfruttai lo spiraglio della tenda per spiarla, ma lei mi scoprì nello specchio e, invece di coprirsi, cominciò a spogliarsi di nuovo per me.
Guidavo di notte trasformata in un'altra donna e nessuno lo sapeva. Bastò una distrazione in una sosta perché lui scoprisse chi ero davvero.
Quando arrivai al ristorante con il mio vestito nero e il completo di pizzo sotto, sapevo già che non ne sarei uscita come la moglie fedele che fingevo di essere.
Da un anno guardavo quel giocattolo nel cassetto senza osare. Quella notte, con la sottoveste di pizzo e il lucchetto chiuso, capii che avrei finalmente lasciato che mi aprisse del tutto.
Accesi solo le candele rosse, mi sistemai il babydoll e aspettai. Quando suonò il campanello, capii che quella notte avrei ricordato chi ero davvero.
Quando mi invitò a cena a casa sua, pensai volesse solo ringraziarmi. Non immaginavo cosa nascondesse sotto quella gonna a tubino, né fin dove fosse disposta a spingersi.
Le pregai per mesi una sessione. Quando finalmente entrai nel suo studio, capii che non mi aveva invitato per fotografarla, ma per insegnarmi a obbedire.
La trovai mentre si mordeva il labbro davanti allo specchio, con il bikini addosso e l’inguine già bagnato. Non avrei aspettato che fosse pronta.
Portavo nascosto da mesi il mio segreto in fondo all’armadio. Quella notte bussai alla sua porta con la gonnellina plissettata e il fiocco rosso, e non volli più tornare indietro.