Feci finta di dormire e scoprii cosa facevano nel mio salotto
Alle tre del mattino, finsi che la coperta mi coprisse gli occhi. Quello che vidi nel mio stesso salotto non avrei dovuto vederlo mai, eppure non distolsi lo sguardo.
Alle tre del mattino, finsi che la coperta mi coprisse gli occhi. Quello che vidi nel mio stesso salotto non avrei dovuto vederlo mai, eppure non distolsi lo sguardo.
Lo riconobbi non appena si voltò. Sarebbe stato il mio professore di ginnastica e, al primo tocco delle sue mani sulla mia schiena, capii che quel giorno non finiva lì.
Quando mi guardai allo specchio dell’hotel, col mascara colato e i segni sul collo, capii che nessuna bugia sarebbe bastata al mio ritorno.
Le iniziali dell’amante non erano scritte per esteso, ma coincidevano con quelle dell’uomo che in quel momento fumava sul mio balcone.
Siamo identiche, le ripeté mentre le dipingeva le labbra. Ed era quasi vero: solo un dettaglio separava le gemelle, ed era proprio quello che Carla non aveva mai confessato al suo ragazzo.
Scesi le scale con il vestito che mamma aveva indossato nelle sue ultime vacanze. Quando mio padre alzò lo sguardo, capii che qualcosa in lui si era rotto per sempre.
L’ascensore si fermò all’ottavo e salì lui. Avevo gli ultimi soldi in tasca e la certezza che quella mattina tra noi sarebbe successo qualcosa.
Le serviì il caffè delle quattro come sempre. Solo che questa volta ci avevo aggiunto qualcosa che non compariva in nessuna agenda.
Attraversai il piazzale, affamata e con un odio sottile per l’umanità, e allora la vidi cadere sull’asfalto per un pugno. Era la mia capa.
Sotto le luci della morgue le sue mani non tremavano. Ma chiudendo gli occhi tornava a sentirla contro le piastrelle degli spogliatoi, sudata, mentre le mordeva il collo.
Camila abbassò la persiana senza smettere di guardarmi e, quando mi infilai a letto, non riuscivo più a pensare ad altro che a quello che aveva detto su mia madre.
La sala era quasi vuota e il film era solo una scusa: quello che mi importava era la sua mano che saliva lungo la mia coscia, al buio dell’ultima fila.
Eravamo cresciuti dormendo in stanze contigue, finché una notte un suono oltre il muro mi fece capire che non la vedevo più come una sorella.
Le dissi che, se non mi piaceva, l’avrei fatta scendere all’angolo successivo. Sorrise, reclinò il sedile e mi chiese di chiudere gli occhi un attimo.
Il primo cliente mi chiese qualcosa che non era nel mio contratto. Quando tornai in stanza, Salvador respirava come se fosse sveglio da ore.
Quello che era iniziato come un pomeriggio stupido sul suo divano è finito con me in ginocchio tra le sue gambe, a scoprire che certe confidenze non si restituiscono.
Quando aprì la busta trovò un reggiseno color bordeaux e un biglietto: «Prenda confidenza con le sensazioni. Domani cominciamo sul serio». Non c'era ritorno.
Non avrei mai pensato che una scena del gioco avrebbe acceso qualcosa tra noi, né che quello stesso pomeriggio avrei avuto il suo sapore in bocca e il suo nome che mi girava in testa.
Caro aveva sei anni più di me, una vita che sembrava perfetta e un segreto che pensava di portarsi nella tomba. Quella notte decise che non ce la faceva più.
Quando risuonarono tre colpi sulla porta del bagno, pensai che fosse Carla. Ma a entrare fu lui, senza aspettare risposta, scalzo e a torso nudo.