La mia ossessione segreta per i piedi della mia vicina
Ho imparato a contare le ore fino a quando si addormentava. Solo allora, nel buio del letto a castello, i suoi sandali erano miei e nessuno poteva vedere cosa ci facevo.
Ho imparato a contare le ore fino a quando si addormentava. Solo allora, nel buio del letto a castello, i suoi sandali erano miei e nessuno poteva vedere cosa ci facevo.
Arrivai a casa sua per un lavoro di scuola e la trovai con le infradito. Da quel momento non riuscii più a guardarla negli occhi senza pensare ai suoi piedi.
Molte persone mi chiedono da dove venga il mio fetish per i guanti di gomma. Quasi nessuno conosce la risposta. È cominciato un venerdì, nella stanza di mia zia, con la porta chiusa a chiave.
Quella sera, mentre guidavo verso casa, capii che dietro il suo sorriso malizioso c’era una nuova idea. E che non me la sarei tolta dalla testa.
Scesi al bacino per sfuggire al caldo e finii sdraiato sulla riva, incapace di muovermi, mentre le dita di una sconosciuta decidevano a quale ritmo mi sarei arreso.
Mi ha appoggiato i piedi sulle gambe, mi ha ordinato di slacciare i lacci dei sandali e, con un sorriso tutt’altro che innocente, ha detto che quello era il prezzo del suo silenzio.
Sono arrivato alla fattoria con le mie magliette di marca e le mie arie da città. Loro avevano mani indurite, un coltello affilato e tanta voglia di ridimensionarmi.
Ho aperto la porta sbagliata e l’ho trovata davanti allo specchio, con due dita dove non dovevano stare. Non ha urlato. Ha sorriso come chi ha appena scelto la sua preda.
Ogni notte scendo nelle segrete con pane e acqua. Ieri notte, la donna incatenata alla colonna mi aspettava nuda e con un ordine sulle labbra che non potevo disobbedire.
Mi arrossisco solo a pensare che leggerete questo, ma lui me l’ha ordinato: devo raccontare, senza nascondere nulla, come ho imparato a inginocchiarmi e a ringraziare.
Tornai a scuola quel pomeriggio con la scusa di studiare in biblioteca, ma nessuna delle due avrebbe aperto un libro. Eravamo lì per loro.
Era il mio migliore amico, il mio confidente. Quella notte di fiera, tra vino e risate, la sua mano sulla mia vita accese qualcosa che non avevo mai provato per lui.
Abbassai la guardia non appena varcò la porta della scuderia. Non ero venuta in cerca di nulla del genere, ma la sua voce mi ordinò di inginocchiarmi e non seppi più dire di no.
Aspettai che le porte si chiudessero. Diego già baciava la sua ragazza senza farsi problemi, e la sorella di lei mi guardava di sbieco, mordendosi il labbro.
Lo sentii dire al telefono: «questa vecchia è già pronta». Avrei dovuto offendermi. Invece sentii che mi bagnavo tutta contro il bancone.
Mi nascosi nel soppalco dello spogliatoio con Bruno dietro la schiena. Sotto, mia madre e la sua amica si spogliavano tra gli operai, e io non riuscii a staccare gli occhi.
Avevamo deciso di scambiarci alcune foto. Quello che nessuno dei due disse ad alta voce era che quel ritrovarsi aspettava da mesi di accadere.
Avevo diciannove anni e una voglia impossibile da nascondere. Lui se ne accorse appena mi aprì la porta del suo appartamento, e non potemmo più fingere.
Era la moglie di suo padre, ma quella notte, seduta sulla sabbia e stretta al suo petto, smisi di capire dove finisse l’affetto e iniziasse altro.
Dal basso, mentre lei spingeva la sonda in cima alla scala, la maglietta le si staccava dal corpo e Adrián capì che quell’estate non sarebbe stata come le altre.