Quello che la mia ragazza ha fatto nell’ostello condiviso
Volevo che la guardassero. Che se la mangiassero con gli occhi. Quello che non immaginavo era che uno degli sconosciuti in fondo avrebbe osato cercarla sotto le docce.
Volevo che la guardassero. Che se la mangiassero con gli occhi. Quello che non immaginavo era che uno degli sconosciuti in fondo avrebbe osato cercarla sotto le docce.
A diciotto anni credevo di aver visto tutto, finché mia cugina abbassò le tapparelle, mise quel film e cominciò ad accarezzarsi senza togliermi gli occhi di dosso.
Quando mi affacciai alla serratura e la vidi inginocchiata davanti a lui, capii che il voyeurismo aveva sconfitto l’orgoglio molto prima di quella notte.
Avevo la casa tutta per me, quattro bicchierini in corpo e la certezza che quattro uomini mi osservavano dall’impalcatura. Non avrei sprecato quella mattina.
Camila mi sussurrò nell’ascensore che sotto non aveva niente. Quando Diego aprì la porta, capii che il pomeriggio ci sarebbe sfuggito di mano.
Pensavo che non ci fosse caduta peggiore che accettare che mi accompagnasse a casa. Finché chiuse la porta dell’appartamento e lasciai la borsa sul divano.
Le dissi che ormai poteva farsi il bagno da sola. Lei abbassò la testa e sussurrò che aveva ancora paura. Non immaginavo fino a dove sarebbe arrivata quella doccia.
Posai la tazza sul comodino, mi inginocchiai accanto al letto e capii che quella mattina nulla sarebbe mai più stato come prima in quella casa.
Mia madre mi aveva mandato a chiederle un paio di uova. Doña Marisol aprì la porta in vestaglia, con i capelli ancora bagnati, e mi guardò in un modo che non avrei mai dimenticato.
Rompí il vestito, tirai via una scarpa e mi strofinai le cosce finché non divennero rosse. Quando lo chiamai piangendo dalla cabina, sapevo che sarebbe venuto senza pensarci.
Ho passato ventotto anni sposata con un uomo che mi trattava come un mobile. A cinquantadue anni un fattorino ha suonato al campanello e mi ha restituito cose che nemmeno sapevo fossero perdute.
La tenda granata mi separava dalla strada vuota. Mara si chinò a chiudermi i gancetti del body e, senza avvisare, le sue dita rimasero un istante di troppo.
Scese al bagno una notte senza elettricità convinto di essere solo in casa. La luce di un cellulare illuminava la cucina e capii perché i due si comportavano in modo così strano.
Ci siamo incontrati per caso in ascensore. Aveva delle scatole e io le mani libere. Accettai di aiutarla senza sapere che quel ripostiglio ci avrebbe chiusi dentro.
Scesi dal taxi a metà isolato dall’hotel, come sempre. La receptionist non mi chiedeva più il nome: mi allungava la chiave della 304 senza guardarmi.
Cinque cugini, un amico e una sauna isolata. Quel addio sarebbe iniziato in una jacuzzi con due bocche che si alternavano sul mio cazzo e finito all’alba.
Incrociai il suo sguardo nella caffetteria dell’area di servizio. Sapevo che mi avrebbe seguito in bagno, e sapevo anche che da lì non sarei uscito uguale a com’ero entrato.
L’acqua mi colava ancora lungo la schiena quando lei entrò in bagno senza bussare, con quel sorriso storto che da settimane mi evitava.
Desiderava in silenzio quelle labbra da anni. Quella notte, litigando per il controller della console, la sua bocca cadde sulla mia e tutto si spezzò.
Quando la vidi inginocchiata tra i cespugli del parco, capii che quella notte avrei controllato il suo cellulare. Quello che trovai cambiò tutto.