Il mio ragazzo voleva essere cornuto e gliel’ho insegnato senza pietà
Lo ascoltai con pazienza e gli sorrisi. Non avrei discusso la sua fantasia. Gliel’avrei portata fino all’ultimo angolo, proprio dove lui non aveva mai osato guardare.
Lo ascoltai con pazienza e gli sorrisi. Non avrei discusso la sua fantasia. Gliel’avrei portata fino all’ultimo angolo, proprio dove lui non aveva mai osato guardare.
Eravamo sposati da anni quando mi confessò che la sua fantasia più grande non riguardava un altro uomo. Riguardava me e un’altra donna. E aveva già la candidata perfetta.
Erano tre giorni che non dormivo bene, ripetendo nella mia testa ogni dettaglio di quella notte con lui. Quella mattina, mentre il caffè si raffreddava, sollevai il telefono.
Aprì la porta in camiciola bianca, a piedi nudi. La mia ragazza dormiva nell’altra stanza e il mio migliore amico era ancora in terrazza. Io non riuscii a muovermi.
Ero passata solo a salutare prima di uscire a fare la spesa. Non mi aspettavo che il figlio del mio amante comparisse in bagno con il cellulare in mano.
Quando mio marito partì, i due vecchietti del quinto mi invitarono a festeggiare un compleanno. Quello che accadde sul tavolo da pranzo non sarebbe dovuto succedere.
Arrivai e la trovai con una delle mie magliette e delle comode mutandone, come se fossi il suo fidanzato che tornava a casa. Quella sera niente cena, solo noi due.
Suonò il campanello proprio quando cominciavo ad annoiarmi della mia vita perfetta. Era lui, il vicino che mio marito odiava, con una scusa goffa e uno sguardo che non lo era affatto.
A mezzanotte in punto suonò il campanello e capii che non c’era più ritorno: lei aveva accettato, loro venivano per lei, e io avevo promesso di restare seduto a guardare.
Stavo con mio marito da vent’anni quando uno sconosciuto mi guardò a una cena e capii, senza che dicesse una parola, che quella notte avrei abbassato la guardia per la prima volta.
La tenda sul retro chiudeva male e la voce che sentii dalla camera da letto non era la Carla di quartiere che mi salutava ogni mattina.
Sette anni di amicizia fingendo di non provare nulla. Quella notte, tra due auto in un vicolo, smettemmo entrambi di fingere.
Mi ero vestita per lui nel bagno del dodicesimo piano: parrucca bionda, tacchi impossibili e un corsetto che stringeva tutto ciò che per anni avevo nascosto sotto la camicia.
Erano gli amici di mio figlio. Avevano vent’anni e mi guardavano come se io fossi l’unica cosa che volevano al mondo. Avrei dovuto salire da sola in camera mia. Non l’ho fatto.
Lessi la lettera in camerino con le mani tremanti. L’offerta era indecente, la cifra oscena. La mostrai a mio marito aspettandomi la sua furia; lui sorrise e mi disse di accettare.
Avevo sempre ignorato i suoi sguardi e i suoi commenti. Finché non aprii per errore la conversazione con sua moglie e lessi, parola per parola, tutto ciò che pensava di me.
Quando la dottoressa chiuse la porta a chiave, capii che quella visita non sarebbe stata come le altre. Non lo fu mai.
La voce di Daniela raccontava del camerino mentre, intorno a lei, i corpi delle amiche si intrecciavano senza vergogna né limiti.
Sapevo cosa avrebbe fatto se avesse creduto che fossimo soli. Quello che non poteva prevedere era che mio marito stava vedendo tutto dall’altra parte dello specchio.