Il custode mi lesse nello sguardo prima del primo caffè
Mio capo me lo presentò tra le risate, come se fosse uno scherzo interno. Sette giorni dopo, quell’uomo mi aveva piegato sulla mia stessa scrivania.
Mio capo me lo presentò tra le risate, come se fosse uno scherzo interno. Sette giorni dopo, quell’uomo mi aveva piegato sulla mia stessa scrivania.
Era il ragazzo del quartiere che entrava da riserva quando mancava qualcuno. Ci misi un anno intero a capire che anche lui mi stava guardando.
Scendevo dal bus per farmi lustrare le scarpe e leggere fumetti. Nessuno dei due immaginava cosa avrebbe finito per tenere lui nella tasca della camicia, né fin dove saremmo arrivati.
Arrivai per primo in camera, con berretto e occhiali, e mi sedetti sul bordo del letto senza sapere cosa avrei fatto quando quello sconosciuto avesse bussato alla porta.
I due bicchieri di vino sul tavolino e la luce soffusa della camera da letto mi annunciarono che quella notte avrei visto qualcosa che non avrei mai dovuto vedere.
Erano anni che non vedevo Mateo, il padre di Diego. Quando lo incrociai quel pomeriggio, non immaginavo che avrei finito nel suo salotto con un costume rosso prestato e il respiro spezzato.
Condividemmo la stanza per risparmiare. Io ero sposato, padre di due figli. Fino a quella notte in hotel, quando lui decise che saremmo diventati qualcos’altro.
Sono entrato nello studio per un dolore all’addome. Ne sono uscito con un numero salvato sul cellulare e una domanda che evitavo da anni.
Era un mese che non toccavo nessuno quando lui comparve sul mio pianerottolo con dei pantaloni da ginnastica che lasciavano ben poco all'immaginazione. E io ero in boxer.
Alle tre del mattino, con il vento gelido che batteva sulla tenda, mi infilai sotto la sua coperta senza chiedere il permesso. Mauri non si mosse, ma io sapevo che non dormiva.
Ci pensavo da mesi. Quella notte, in un hotel lontano da casa, aprii l’app e salì in camera da me il primo che comparve a un metro di distanza.
Avevamo visto video strani sul suo computer quella volta in ufficio. Quello che non immaginavo è che mesi dopo, la stessa curiosità sarebbe finita sul divano, sotto la coperta.
Quando prestai lo slip rosso a Bruno quella mattina, non immaginavo che il mio vicino sarebbe venuto a prenderci e che il sentiero verso il fiume sarebbe finito in qualcosa che non avevamo mai fatto.
Cercare sesso su internet era sempre andato bene, fino a quel venerdì pomeriggio nella camera 207, quando capii che con gli sconosciuti non si sa mai.
Arrivai al motel quindici minuti prima, con le mani sudate. Quando lo vidi attraversare il parcheggio, capii che non sarei uscito da quella stanza lo stesso di prima.
Quel sabato mia zia uscì di fretta. Il suo amante stava ancora dormendo in camera. Quello che feci in silenzio cambiò tutto ciò che pensavo di me.
Per tre mesi ci scambiavamo messaggi con uno sconosciuto sposato, finché quel pomeriggio al centro commerciale decidemmo che non potevamo più limitarci a scrivere.
Mi mise le manette di velluto ai polsi e la mascherina sugli occhi. Mi disse di fidarmi, che mi sarebbe piaciuto. Non sapevo come dirgli di sì.
Fingevo da anni. Quando lei propose di passare il fine settimana su una spiaggia nudista con i suoi amici, non immaginavo che fosse la trappola perfetta per farmi uscire allo scoperto senza preavviso.
Quando uscii dalla doccia rasato e stordito dal rum, lo vidi seduto sul letto con un collare rosa e una parrucca. Capii che quell’isola non era un rifugio: era una trappola.